Rimborso delle spese forfettarie: dovuto anche senza la prova di averle sostenute

11 luglio 2018


Cass. Ordinanza n. 13693/2018
La Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 13693/2018 ribadisce alcuni principi in materia di liquidazione delle spese legali e di rimborso spese forfettarie.

Il caso: V.A. ricorre per cassazione, affidandosi a cinque motivi, resistiti dalla curatela del Fallimento della soc. X s.p.a., avverso il decreto del Tribunale di Bolzano reiettivo dell’opposizione da lui proposta contro la mancata ammissione al passivo della suddetta procedura concorsuale anche per ulteriori somme afferenti crediti nascenti dall’intercorso rapporto lavorativo con la menzionata società.

Con riferimento alla condanna alle spese a carico del ricorrente ed alla quantificazione della stessa, il ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione di legge (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), con riferimento all’art. 91 c.p.c., nonchè al D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, art. 9, comma 2, conv., con modificazioni, dallaL. 24 marzo 2012, n. 27, in relazione agli artt. 1, 4, ed 11 ed all’allegato A, del D.M. Giustizia 20 luglio 2012, n. 140,: in particolare la decisione del tribunale violerebbe “platealmente” il complesso normativo desumibile dal D.M. n. 140 del 2012:

– in primo luogo, perchè la quantificazione dei compensi avrebbe dovuto essere, a norma di legge, inferiore: a fronte di una pluralità di ricorsi sostanzialmente identici, la Curatela si era costituita in giudizio con memorie seriali, con contenuto praticamente identico in diritto, con la sola variazione parziale di alcuni punti di fatto, dei nomi dei ricorrenti e degli importi oggetto di causa;

– di conseguenza il Tribunale avrebbe dovuto tener conto di tale circostanza così da procedere ad una sostanziale riduzione percentuale dei compensi di tutte le fasi (ivi incluse, quindi, quella di studio ed introduttiva), oppure, alternativamente, all’applicazione di un compenso unico aumentato fino al doppio e, per conseguenza, poi diviso tra il numero delle parti ricorrenti nella medesima posizione;

– in secondo luogo perchè non avrebbe potuto comunque pronunciarsi la condanna anche al rimborso forfettario pari al 12,5%”.

La Cassazione, nel ritenere infondate le suddette doglianze, osserva quanto segue:

A) per quanto riguarda la questione delle spese forfetarie, posta la diversità tipologica e concettuale esistente tra compenso spettante al difensore e spese dal medesimo sostenute nell’espletamento dell’attività professionale svolta per il cliente, è opportuno ricordare che le spese cd. generali (o forfetarie) sono quelle di norma sostenute durante una causa, la cui dimostrazione è difficile oppure oltremodo gravosa, sicchè il loro rimborso è dovuto anche senza la prova del relativo sostenimento;

– costituisce principio consolidato quello secondo il quale il rimborso cd. forfetario delle spese generali costituisce una componente delle spese giudiziali, la cui misura è predeterminata dalla legge, che spetta automaticamente al professionista difensore, anche in assenza di allegazione specifica e di apposita istanza, dovendosi quest’ultima ritenere implicita nella domanda di condanna al pagamento degli onorari giudiziali che incombe sulla parte soccombente.

B) per quanto riguarda la quantificazione del compenso, la Corte ricorda che il D.M. n. 140 del 2012, all’art. 4 comma 2 stabilisce che “nella liquidazione il giudice deve tenere conto del valore e della natura e complessità della controversia, del numero e dell’importanza e complessità delle questioni trattate, con valutazione complessiva anche a seguito di riunione delle cause, dell’eventuale urgenza della prestazione”, e, al comma 4, che “qualora l’avvocato difenda più persone con la stessa posizione processuale, il compenso unico può essere aumentato fino al doppio. Lo stesso parametro di liquidazione si applica quando l’avvocato difende una parte contro più parti….”.

– Non v’è dubbio, pertanto, che presupposto necessario affinchè il compenso possa essere aumentato nella misura suddetta, in ragione del numero delle parti assistite o del numero delle controparti, è che vi sia da liquidare un unico compenso, relativo o al medesimo processo o a più processi che, benchè separatamente introdotti, sono stati successivamente riuniti;

– nel diverso caso, verificatosi nella specie, in cui l’avvocato assista o difenda la stessa parte in una pluralità di cause, che, pur se aventi ad oggetto identiche questioni di fatto e di diritto, non siano state riunite, la liquidazione degli onorari, invece, non può che essere effettuata separatamente, in relazione a ciascun procedimento.

Fonte: AvvocatoAndreani.it Risorse Legali – Articolo originale: Dovuto il rimborso delle spese forfetarie anche senza la prova del relativo sostenimento

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Corte Ue: sì alla nozione di «coniuge» per i matrimoni omosessuali

6 luglio 2018


Corte di Giustizia Ue, Sent. causa C-673/16.

La nozione di «coniuge» riguarda anche i matrimoni contratti da persone dello stesso sesso, a prescindere dal fatto che uno Stato membro autorizzi il matrimonio omosessuale.

In forza di questo, non si può ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell’Unione rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di un Paese non Ue, un diritto di soggiorno derivato sul loro territorio. È questa la conclusione a cui è giunta oggi la Corte di Giustizia Ue con la sentenza nella causa C-673/16.

Un cittadino rumeno e un cittadino americano, dopo aver convissuto per quattro anni negli Stati Uniti, si sono sposati a Bruxelles nel 2010. Nel dicembre 2012 i coniugi hanno chiesto alle autorità rumene informazioni circa la procedura e le condizioni in cui il cittadino americano potesse ottenere, in quanto familiare del cittadino rumeno , il diritto di soggiornare legalmente in Romania per un periodo superiore a tre mesi. Tale domanda era fondata sulla direttiva relativa all’esercizio della libertà di circolazione , che permette al coniuge di un cittadino dell’Unione che abbia esercitato tale libertà di raggiungere quest’ultimo nello Stato membro in cui soggiorna.

In risposta a tale richiesta, le autorità rumene hanno informato la coppia che il diritto di soggiorno era limitato a tre mesi perché il coniuge di nazionalità americana non poteva essere qualificato in Romania quale «coniuge» di un cittadino dell’Unione, dato che tale Stato membro non riconosce i matrimoni tra persone dello stesso sesso.

I due coniugi hanno quindi proposto dinanzi ai giudici rumeni un ricorso diretto a far dichiarare l’esistenza di una discriminazione fondata sull’orientamento sessuale, per quanto riguarda l’esercizio del diritto di libera circolazione nell’Unione. La Corte costituzionale romena, investita di un’eccezione d’incostituzionalità nell’ambito di tale controversia, ha quindi chiesto alla Corte di giustizia se il componente di nazionalità statunitense della coppia rientra nella nozione di «coniuge» di un cittadino dell’Unione che ha esercitato la sua libertà di circolazione e debba ottenere di conseguenza la concessione di un diritto di soggiorno permanente in Romania.

Con la sua sentenza, la Corte ricorda, innanzitutto, che la direttiva relativa all’esercizio della libertà di circolazione non può fondare un diritto di soggiorno derivato a favore di un cittadino extra-Ue nella situazione familiare come quella esplicitata nella controversia . Tuttavia la Corte ricorda che, in alcuni casi, cittadini di Stati non-Ue, familiari di un cittadino dell’Unione, che non potevano beneficiare, sulla base delle disposizioni della direttiva, di un diritto di soggiorno derivato nello Stato membro di cui tale cittadino abbia la cittadinanza, possono tuttavia vedersi riconosciuto un simile diritto sulla base dell’articolo 21, paragrafo 1, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, disposizione che conferisce direttamente ai cittadini dell’Unione il diritto fondamentale e individuale di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri.

La Corte prosegue indicando che le condizioni di concessione di tale diritto di soggiorno derivato non devono essere più rigorose di quelle previste dalla direttiva per la concessione di un simile diritto di soggiorno a un cittadino di uno Stato non-Ue , familiare di un cittadino dell’Unione che abbia esercitato il proprio diritto di libera circolazione stabilendosi in uno Stato membro diverso da quello di cui possiede la cittadinanza.

Nell’ambito della direttiva sull’esercizio della libertà di circolazione, spiega la Corte, la nozione di «coniuge», che designa una persona unita ad un’altra da vincolo matrimoniale, è neutra dal punto di vista del genere e può comprendere quindi il coniuge dello stesso sesso di un cittadino dell’Unione. La Corte precisa, peraltro, che lo stato civile delle persone, a cui sono riconducibili le norme relative al matrimonio, è una materia che rientra nella competenza degli Stati membri e che il diritto dell’Unione non pregiudica tale competenza. Questi ultimi restano quindi liberi di prevedere o meno il matrimonio omosessuale. Essa rileva altresì che l’Unione rispetta l’identità nazionale dei suoi Stati membri, insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale.

La Corte considera, tuttavia, che il rifiuto, da parte di uno Stato membro, di riconoscere, ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato non-Ue, il matrimonio di quest’ultimo con un cittadino dell’Unione dello stesso sesso, legalmente contratto in un altro Stato membro, è atto ad ostacolare l’esercizio del diritto di detto cittadino di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri. Ciò comporterebbe che la libertà di circolazione varierebbe da uno Stato membro all’altro in funzione delle disposizioni di diritto nazionale che disciplinano il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Ciò premesso, la Corte ricorda che la libera circolazione delle persone può essere oggetto di restrizioni indipendenti dalla cittadinanza delle persone interessate, qualora tali restrizioni siano basate su considerazioni oggettive di interesse generale e siano proporzionate allo scopo legittimamente perseguito dal diritto nazionale. A tale riguardo, l’ordine pubblico, che nel caso di specie viene invocato come giustificazione per limitare il diritto di libera circolazione, dev’essere inteso in senso restrittivo, di guisa che la sua portata non può essere determinata unilateralmente da ciascuno Stato membro senza il controllo delle istituzioni dell’Unione. L’obbligo per uno Stato membro di riconoscere, ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato non-Ue, un matrimonio omosessuale contratto in un altro Stato membro conformemente alla normativa di quest’ultimo non pregiudica l’istituto del matrimonio in tale primo Stato membro. In particolare, tale obbligo non impone a detto Stato membro di prevedere, nella sua normativa nazionale, l’istituto del matrimonio omosessuale. Inoltre, un simile obbligo di riconoscimento ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato non-UE non attenta all’identità nazionale né minaccia l’ordine pubblico dello Stato membro interessato.

La Corte ricorda infine che una misura nazionale idonea ad ostacolare l’esercizio della libera circolazione delle persone può essere giustificata solo se è conforme ai diritti fondamentali sancitidalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Dal momento che il diritto fondamentale al rispetto della vita privata e familiare è garantito all’articolo 7 della Carta, la Corte rileva che anche dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo risulta che la relazione che lega una coppia omosessuale può rientrare nella nozione di «vita privata», nonché in quella di «vita familiare», al pari della relazione che lega una coppia di sesso opposto che si trovi nella stessa situazione.

Fonte: http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/norme-e-tributi/2018-06-05/corte-ue-si-nozione-coniuge-i-matrimoni-omosessuali-112028.shtml?uuid=AEuH7J0E

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Lavoro: accertamento dei requisiti per il riconoscimento dell’assegno di invalidità.

19 giugno 2018


Cass., sezione lavoro, ord. n. 15303/2018

Per la Cassazione il giudice deve verificare la riduzione della capacità lavorativa anche riferendosi ad attività affini a quelle precedentemente svolte dall’assicurato.
Il giudice, nel giudizio volto ad accertare i requisiti per il riconoscimento dell’assegno di invalidità, dovrà accertare la sussistenza del requisito di cui alla legge n. 222/1984, ovvero la riduzione a meno di un terzo della capacità lavorativa dell’assicurato in occupazioni confacenti alle sue attitudini.

Tale verifica, tuttavia, dovrà essere effettuata non solo facendo riferimento ad attività lavorative sostanzialmente identiche a quelle svolte in precedenza dall’assicurato, ma anche rispetto a quelle che, seppur diverse, siano affini al precedente lavoro da questi svolto.
Lo ha rammentato la Corte di Cassazione, sezione lavoro, nell’ordinanza n. 15303/2018 (qui sotto allegata) che ha accolto il ricorso dell’Inps contro la sentenza della Corte d’Appello che, conformandosi al giudizio di prime cure, aveva riconosciuto al lavoratore il diritto all’assegno ordinario di invalidità.

Nel dettaglio, la Corte territoriale aveva ritenuto che la patologia tumorale maligna della quale era affetto il lavoratore doveva ritenersi invalidante nella misura di legge nonostante l’avvenuta asportazione del tumore maligno.

L’Istituto, invece, ritiene che il giudice del gravame abbia errato, in adesione alla consulenza tecnica d’ufficio, nell’emettere un giudizio del tutto avulso dall’accertamento della riduzione della capacità lavorativa dell’assicurato in occupazioni confacenti alle attitudini, e anche in riferimento all’attività svolta dall’assistito (impiegato assicurativo) con conseguente mancanza di riferimento alla possibilità di attività lavorative proficue.
Invalidità: l’accertamento dei requisiti per l’assegno
Una doglianza che la Cassazione ritiene di condividere rammentando il consolidato principio (cfr., ex multis, Cass n. 10424/2015) secondo cui, ai fini del riconoscimento dell’assegno ordinario di invalidità, la sussistenza del requisito posto dall’art. 1 della legge n. 222/1984, concernente la riduzione a meno di un terzo della capacità di lavoro dell’assicurato in occupazioni confacenti alle sue attitudini, dovrà “essere verificata in riferimento non solo alle attività lavorative sostanzialmente identiche a quelle precedentemente svolte dall’assicurato (e nel corso delle quali si è manifestato il quadro patologico invalidante), ma anche a tutte quelle occupazioni che, pur diverse, non presentano una rilevante divaricazione rispetto al lavoro precedente”.

Ciò in quanto queste costituiscono una naturale estrinsecazione delle attitudini dell’assicurato medesimo, tenuto conto di età, sesso, formazione professionale e di ogni altra circostanza emergente nella concreta fattispecie, che faccia ragionevolmente presumere l’adattabilità professionale al nuovo lavoro, senza esporre l’assicurato ad ulteriore danno per la salute.

Nel caso di specie, invece, la Corte di appello non ha tenuto conto, nella valutazione della capacità lavorativa dell’assicurato, dell’attività di impiegato dallo stesso svolta.

Il giudizio della Corte territoriale, infatti, si è limitato a un apprezzamento di tipo sanitario non incentrato altresì sulla possibilità, per l’assicurato di svolgere altre attività confacenti alle sue attitudini, avuto riguardo alla personalità professionale (impiegato) e, dunque, alle sue esperienze di lavoro e capacità di adattamento.

Dall’accoglimento del ricorso deriva la cassazione della sentenza dovendo il giudice del rinvio compiere ulteriori accertamenti in fatto attenendosi al principio sopra espresso.

Fonte:https://www.studiocataldi.it/articoli/30850-assegno-di-invalidita-l-accertamento-dei-requisiti-per-il-riconoscimento.asp

Foto:http://www.consulentidellavoro.it/index.php/component/k2/item/9853

assegno invalidità datore di lavoro Ordine Avvocati Sciacca

S.U. Cassazione: è applicabile il cumulo giuridico in caso di infortunio in itinere del lavoratore?

15 giugno 2018


Cass. Sentenza 22 maggio 2018, n. 12566.

In materia di liquidazione del danno da infortunio in itinere, è insorto un contrasto interpretativo in seno alla giurisprudenza: dal risarcimento riconosciuto al danneggiato va detratta la somma versata dall’Inail a titolo di rendita per inabilità?

Sulla questione è intervenuta la Corte di Cassazione con la sentenza 22 maggio 2018, n. 12566.

Le Sezioni Unite Civili hanno statuito il seguente principio di diritto: l’importo della rendita per l’inabilità permanente corrisposta dall’Inail per l’infortunio in itinere occorso al lavoratore, va detratto dall’ammontare del risarcimento dovuto al danneggiato, allo stesso titolo, da parte del terzo responsabile del fatto illecito”.

Al fine di meglio inquadrare la questione problematica, si precisa che la suddetta statuizione ha avuto origine da una controversia instaurata dalla vittima di un sinistro stradale, la quale aveva citato in giudizio sia il proprietario dell’autocarro con cui era andata a collidere, sia la compagnia assicurativa. I responsabili furono dunque condannati, in primo grado, al risarcimento del danno in favore dell’attore. In seguito, invece, la Corte d’appello aveva ridotto l’ammontare del risarcimento, ritenendo che da quando liquidato, dovesse essere detratto il valore capitalizzato della rendita Inail ricevuta dalla vittima per il medesimo evento dannoso. Avverso tale ultima decisione lo stesso danneggiato proponeva ricorso in Cassazione.

Orbene, con ordinanza interlocutoria 22 giugno 2017, n. 15535, la Terza Sezione della Corte di Cassazione ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione del ricorso alle Sezioni Unite al fine di risolvere il contrasto di giurisprudenza sulla questione, sollevata con il primo motivo di impugnazione, ovvero “se dall’ammontare del danno risarcibile si debba scomputare la rendita per l’inabilità permanente riconosciuta dall’INAIL a seguito di infortunio occorso al lavoratore durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro”.

Sul punto si rinvengono due orientamenti giurisprudenziali contrapposti tra loro. In particolare, un primo orientamento, facente capo alla sentenza della Cass. n. 21897 del 2009, sostiene che “la costituzione, da parte dell’assicuratore sociale, di una rendita in favore dei prossimi congiunti di persona deceduta in conseguenza di un sinistro stradale in itinere, non esclude né riduce in alcun modo il loro diritto al risarcimento del danno patrimoniale nei confronti del responsabile, non operando in tale ipotesi il principio della compensano lucri cum damno, a causa della diversità del titolo giustificativo della rendita rispetto a quello del risarcimento”. In base a questo indirizzo, non sussiste alcuna duplicazione del danno ai sensi dell’art. 1916 cod. civ., che concerne il diritto di surrogazione dell’assicuratore verso il responsabile, e non già il diritto del medesimo di eccepire il pagamento del terzo assicuratore sociale come fatto estintivo o compensativo del proprio debito.

Invece, secondo l’orientamento di segno opposto, le somme liquidate dall’INAIL in favore del danneggiato da sinistro stradale a titolo di rendita vadano detratte, in base al principio indennitario, dall’ammontare del risarcimento dovuto al danneggiato da parte del terzo responsabile.

Il Collegio della Terza Sezione prospetta come preferibile quest’ultimo indirizzo, essendo favorevole al divieto di cumulo.

Fonte: http://www.altalex.com/documents/news/2018/05/23/infortunio-in-itinere-risarcimento-e-indennita-inail?utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

Foto:https://www.affarimiei.biz/lavoro-e-formazione/infortunio-sul-lavoro

Roma: registrata la figlia di due papà.

28 aprile 2018


A Torino qualche giorno fa la sindaca Chiara Appendino aveva iscritto all’anagrafe un bimbo nato all’ospedale Sant’Anna di Torino, indicando nel registro di stato civile che non solo quel bimbo ha due mamme ma anche che è stato concepito grazie alle tecniche di fecondazione eterologa in Danimarca. Ed è di oggi la notizia che a Roma è stato trascritto l’atto di nascita di una bambina nata in Canada, grazie alla gestazione per altri, indicando come genitori con pieni diritti e pieni doveri due papà. La decisione degli uffici dell’anagrafe capitolina, spiega il legale della coppia di padri Alexander Schuster, “è la prima che viene presa senza l’intervento della corte d’Appello o del Tribunale”. In realtà era già successo nel 2015, sindaco Ignazio Marino, assessore al Patrimonio, Politiche UE, Comunicazione e Pari Opportunità Alessandra Cattoi.

Avvocato Schuster, come sono arrivati i dirigenti capitolini a una decisione di questo genere?
“Quando una famiglia con due padri o due madri che abbiano partorito il figlio all’estero vuole vedersi riconosciuta nell’atto di nascita la doppia genitorialità, deve fare ricorso alla Corte d’Appello. Una sentenza di questa Corte per un’altra coppia di padri da me seguita a Roma è arrivata a febbraio: in essa i giudici hanno stabilito che non è contrario all’ordine pubblico la trascrizione dell’atto di nascita dei loro tre figli”.

Perché questa sentenza ha avuto un impatto sulla decisione di oggi, visto che ogni caso è un caso a sé, e che per avere giurisprudenza e in mancanza di una legge chiara, è necessaria una pronuncia della Cassazione a sezioni unite?
“Sia prima che dopo quella sentenza ho parlato a lungo con i dirigenti dell’anagrafe: la decisione che hanno preso è stata quella di trascrivere spontaneamente l’atto di nascita con due padri della bimba nata in Canada, senza aspettare una nuova pronuncia della Corte d’Appello. Sta insomma emergendo una nuova giurisprudenza, riconosciuta anche dagli ufficiali dei comuni. La loro decisione ha una straordinaria portata. Così come ebbe un impatto incredibile la pronuncia della Corte d’Appello di Trento che all’inizio del 2017 riconobbe la genitorialità di due uomini, che avevano avuto due gemelli in Canada grazie alla maturità surrogata dove erano già stati registrati come genitori dalla Superior Court of Justice canadese.

Con una motivazione chiara: l’insussistenza di un legame genetico tra i minori e il padre non è di ostacolo al riconoscimento di efficacia giuridica al provvedimento straniero”.

La trascrizione nei registri dell’anagrafe di Roma è dunque “figlia” di sentenze che non riguardano il caso?
“No, infatti sta proprio qui la portata rivoluzionaria di questa decisione: non è si tratta di una trascrizione per ordine di un giudice. Ma per decisione di tecnici dirigenti dell’ufficio anagrafe”.

Intanto esultano le Famiglie Arcobaleno, di cui fanno parte i due papà: “Stiamo lavorando da tanto tempo con sindaci e comuni d’Italia affinché l’obiettivo del riconoscimento alla nascita dei nostri figli possa rendeli uguali a tutti gli altri bambini” dice Marilena Grassadonia, presidente dell’Associazione.”Speriamo che anche questa volta la primavera dei diritti parta dai sindaci delle nostre città. E che questo movimento riescano, così come è stato per le unioni civili, costringere la politica a occuparsi seriamente dei nostri figli e a dar loro tutele vere e piene”.

Fonte: http://roma.repubblica.it/cronaca/2018/04/28/news/roma_come_torino_figlia_di_due_padri_registrata_all_anagrafe-195002864/?rss

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Ne bis in idem e procedimenti paralleli in materia penale, amministrativa e tributaria.

16 aprile 2018


Cass. Sez. III, Sent. n. 6993/18.

La III Sezione della Suprema Corte, con sentenza del 14 febbraio 2018, numero 6993/18 (sotto allegata), ha statuito il seguente principio di diritto: non sussiste la violazione del ne bis in idem paralleli procedimenti in materia penale ed in materia amministrativo-tributario.

Il principio cardine, quello del ne bis in idem, modello di garanzia per il cittadino è contemplato nell’articolo 7 annesso alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, (CEDU), questo perché nessuno può essere processato ovvero punito per un reato, relativamente al quale, nella giurisdizione del medesimo Stato, il cittadino sia stato assolto ovvero condannato a seguito di sentenza passata in giudicato.

La Corte di Strasburgo ha reso palese che in virtù dell’articolo 3 del Protocollo e della CEDU non è escluso che lo Stato possa porre in essere un sistema di condotte che violano i diritti dei cittadini, come per esempio l’evasione fiscale, articolandosi in procedimenti distinti, purchè le diverse risposte sanzionatorie non pregiudichino l’interessato, con la conseguenza che la Corte vagli la strategia posta in essere da ogni singolo Stato affinchè lo stesso non eserciti un bis in idem ovvero le diverse risposte sanzionatorie siano il risultato di un sistema volto ad affrontare i diversi aspetti dell’illecito in modo prevedibile e proporzionato nel contesto di una strategia uniforme.

Nel caso sottoposto alla III Sezione della Corte di Cassazione, deve ritenersi escluso, in virtù dell’articolo 4 del Protocollo 7 della CEDU, in quanto vi è una stretta connessione in termini di tempo costituendo elemento tale da considerare le due sanzioni irrogate pareti di un unico sistema sanzionatorio volto a sanzionare un illecito. Laddove sussiste la concorrenza tra una sanzione tributaria ed una penale è necessario verificare che quest’ultima aggiunga un quid plus, quindi un elemento ulteriore, rispetto all’omissione del tributo.

Fonte: Avv. Francesca Servadei su https://www.studiocataldi.it/articoli/29799-cassazione-maglie-piu-larghe-sulla-violazione-del-ne-bis-in-idem.asp

Foto:http://www.altalex.com/documents/news/2017/04/06/doppia-sanzione-a-societa-e-persona-ne-bis-in-idem

Fino a 10mila euro di multa per chi abbandona il cane

5 aprile 2018


Cass., terza penale, sent. n. 8408/2018

Il codice penale, all’art. 727 c.p., punisce con l’arresto fino ad un anno o con l’ammenda da 1.000 a 10.000 euro chiunque abbandoni animali domestici o che abbiano acquisito abitudini della cattività (per approfondimenti: Il reato di abbandono di animali).

Inoltre, alla stessa pena soggiace chiunque detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze.

Si tratta di un reato verso il quale lagiurisprudenza si è mostrata sempre più sensibile, al punto che, non di rado, anche la Corte di Cassazione è intervenuta per vagliare una serie di fattispecie: non soltanto, l’abbandono su strade o autostrade, ma anche lasciare l’animale da solo in giardino, sul balcone o chiuso in auto a lungo sono casistiche valutate dalla giurisprudenza.

La ratio legis di tale reato si rintraccia nell’esigenza di tutelare il sentimento di comune pietà verso gli animali e affinché venga promossa l’educazione civile attraverso la lotta all’insensibilità e alla crudeltà.

Ne sa qualcosa l’uomo condannato alla pena di euro 7.000 di ammenda per abbandono di animaliche ha impugnato il provvedimento innanzi alla Corte di Cassazione: la terza sezione penale si è pronunciata con la sentenza n. 8408/2018 sulla vicenda dell’abbandono di un cane di razza meticcia, fatto accertato il 14 novembre 2011.

Innanzi agli Ermellini, l’imputato ha contestato diffusamente il provvedimento impugnato sotto diversi aspetti, ad esempio rilevando un presunto vizio di motivazione. La difesa, infatti, sostiene che l’imputato stava legando il cane alla ringhiera semplicemente per effettuare una sosta momentanea in attesa di riprendere il tragitto utile a portare il cane nella propria abitazione.

Inoltre, avrebbe errato il giudice a quo a ritenere non credibile l’imputato, nonostante la versione resa fosse logica e riscontrata da altre fonti di prova, non valutate dal Tribunale, come la distanza tra i luoghi e la deposizione della moglie.

Il vizio della motivazione del provvedimento impugnato sarebbe stato acclarato anche dalla circostanza che non sarebbero state indicate le fonti di prova dalle quali risulterebbe la volontà del ricorrente di abbandonare il cane o le sofferenze subite dall’animale e neppure valutate una serie di altre prove quali, tra le altre, la deposizione del veterinario, la fattura sulle cure veterinarie e la foto prodotta che ritrae il padrone con il cane.

Tuttavia, le doglianze appaiono per i giudici di Cassazione in parte infondate e in parte inammissibili, in quanto anche attinenti a questioni di fatto, come la valutazione delle prove effettuate dal Tribunale.

Inoltre, spiegano gli Ermellini, anche se nella motivazione della sentenza il giudice si è dilungato sui fatti accaduti successivamente, la condanna è stata emessa esclusivamente per il fatto oggetto della continuazione. Va ricordato che oggetto della prova non sono solo i fatti di cui alla contestazione, ma anche quelli che possono avere rilevanza ex art. 133 del codice penale.

Il Collegio, però, ritiene superfluo esaminare altre censure che appaiono ammissibili, ciò in quanto, nel caso in esame, il reato si è estinto per prescrizione.

In presenza di una causa di estinzione del reato, spiega la Corte, non sono rilevabili in Cassazione vizi di motivazione della sentenza, perché l’inevitabile rinvio della causa all’esame del giudice di merito dopo la pronuncia di annullamento èincompatibile con l’obbligo della immediata declaratoria di proscioglimento per l’intervenuta estinzione del reato, stabilito dall’art. 129 c.p.p.

La vicenda, quindi, si conclude per l’imputato con un’annullamento della condanna, senza rinvio, manon con una pronuncia piena di assoluzione.

Come affermato dalle Sezioni Unite (n. 35490/2009) in presenza di una causa di estinzione del reato il giudice è legittimato a pronunciare sentenza di assoluzione ex art. 129, comma 2, c.p.p., soltanto nei casi in cui le circostanze idonee a escludere l’esistenza del fatto, la commissione del medesimo da parte dell’imputato e la sua rilevanza penale emergano dagli atti in modo assolutamente non contestabile, così che la valutazione che il giudice deve compiere al riguardo appartenga più al concetto di “constatazione”, ossia di percezione “ictu oculi”, che a quello di “apprezzamento” e sia quindi incompatibile con qualsiasi necessità di accertamento o di approfondimento.

In presenza di una causa di estinzione del reato (nella specie, la prescrizione), la formula di proscioglimento nel merito può essere, dunque, adottata solo quando dagli atti risulti evidente la prova dell’innocenza dell’imputato e non nel caso di insufficienza o contraddittorietà della prova di responsabilità.

Invece, nel caso in esame, tale evidenza della prova non sussiste dovendo al più procedersi alla nuova ed articolata opera di rivalutazione della prova invocata dalla stessa difesa.

Fonte: https://www.google.it/amp/s/www.studiocataldi.it/amp/news.asp%3fid=29335

Foto: http://www.unn.com.ua/uk/news/1706229-kiyani-zaklikali-mistsevu-vladu-vidpraviti-vsikh-bezdomnikh-sobak-do-pritulku

La notifica via PEC è valida anche senza la firma digitale?

2 marzo 2018


Cass. Sent. n. 3805 del 2018.

La Suprema Corte, con l’ordinanza n. 3805 depositata il 16 febbraio 2018, ha disatteso l’eccezione d’inammissibilità del ricorso per cassazione proposta dal controricorrente per carenza della prescritta sottoscrizione digitale del ricorso e della relata di notifica.

A seguito di ricorso per Cassazione proposto dall’Agenzia delle Entrate, rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, notificato tramite PEC ai sensi della L. 53/94, nel costituirsi in giudizio il controricorrente chiede, preliminarmente, che la Suprema Corte accolga l’eccezione d’inammissibilità del ricorso in quanto il citato atto e la relata di notifica sarebbero carenti della prescritta sottoscrizione digitale.

Dopo una attenta e precisa ricostruzione della normativa applicabile alle notifiche degli avvocati tramite PEC, il Collegio afferma che “in particolare la L. n. 53 del 1994, nel disciplinare le modalità di notifica tramite PEC, rimanda all’art. 19 bis cit. (Notificazioni per via telematica eseguite dagli avvocati – art. 18 del regolamento), emanate in attuazione del codice dell’amministrazione digitale, che al comma 1, e al comma 2, prevede solo che l’atto sia in formato PDF; ciò anche nell’ipotesi di notifica tramite PEC da eseguirsi in un procedimento dinanzi alla Corte di cassazione.”.

In realtà la L. 53/94 non prevede solo che l’atto (oggetto della notifica) sia in formato PDF in quanto, così come si evince dall’art. 3 bis comma 1 della citata norma, la notifica con modalità telematica deve eseguirsi “nel rispetto della normativa, anche regolamentare, concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici.”; ciò comporta che, quanto alle notifiche da effettuarsi in procedimenti dinanzi il Tribunale o la Corte d’Appello, il notificante non possa non osservare anche quanto previsto dalle regole e specifiche tecniche del PCT (DM 44/11 e specifiche 16 aprile 2014 da ultimo modificate il 7 gennaio 2016) e quindi debba attenersi a quanto disposto sia dall’art. 19 bis comma 1 sia dall’articolo 12 lettera d) il quale prevede che l’atto debba essere sottoscritto con firma digitale (CAdES o PAdES) così come disposto dal successivo comma 2.

Solo nei casi in cui l’atto da notificarsi sia relativo ad un procedimento del Giudice di Pace o della Corte di Cassazione (posto che, ad oggi, dinanzi a tali Uffici non è stato attivato il processo telematico) sarebbe applicabile l’art. 19 bis comma 2 delle citate specifiche tecniche il quale consente, nei casi in cui l’atto non debba essere depositato in cancelleria telematicamente, che quest’ultimo possa essere allegato alla PEC anche sotto forma di copia informatica, anche per immagine, in formato PDF; in tale ipotesi quindi l’atto del processo verrebbe stampato, sottoscritto nella modalità tradizionale, scansionato e allegato alla PEC, senza sottoscrizione digitale ma con attestazione di conformità nella relata di notifica (anch’essa da allegare alla PEC) effettuata ai sensi del combinato disposto dell’art. 3 bis L. 53/94 e art. 16 undecies comma 3 DL 179/12.

Il Collegio, nell’affrontare la questione relativa all’eccezione d’inammissibilità del ricorso, afferma che parte ricorrente, ha dato la prova della notifica tramite PEC del ricorso per cassazione, depositando “…l’attestazione di conformità – del ricorso, delle relazioni di notifica e di tutta la documentazione – all’originale informatico dell’atto, sottoscritto con firma digitale e notificato come allegato ai messaggi di posta elettronica certificata, ai sensi della L. n. 53 del 1994, artt. 6 e 9, e del D.Lgs. n. 82 del 2005, art. 23.”. Ciò significa che, come previsto dall’art. 9 comma 1 bis della L. 53/94, il ricorrente ha depositato la stampa della ricevuta di accettazione, della ricevuta di consegna, di tutti gli allegati attestando, infine, ai sensi dell’art. 23 comma 2 CAD, la conformità delle copie analogiche agli originali (duplicati) informatici da cui sono tratte.

Prosegue poi il Collegio evidenziando che “non è quindi esatto quanto afferma il controricorrente, sia con riferimento alla mancanza della firma digitale nel ricorso notificato via PEC, data la presenza di attestato di conformità all’originale informatico, sia circa la successiva modificabilità del documento sottoscritto con firma digitale PAdES (PDF Advanced Electronic Signatures), poichè questa può essere verificata aprendo il file con l’idoneo programma (Acrobat Reader) opportunamente impostato, che non consente di inficiare la validità del documento firmato originariamente.”.

Quanto alla mancanza di sottoscrizione digitale nella relata di notifica, quale ulteriore doglianza del controricorrente manifestata ai fini dell’invocata richiesta di inammissibilità del ricorso, la Corte richiama la precedente decisione n. 6518/2017 affermando che, “in tema di notificazione del ricorso per cassazione a mezzo posta elettronica certificata (PEC), la mancanza, nella relata, della firma digitale dell’avvocato notificante non è causa d’inesistenza dell’atto, potendo la stessa essere riscontrata attraverso altri elementi di individuazione dell’esecutore della notifica, come la riconducibilità della persona del difensore menzionato nella relata alla persona munita di procura speciale per la proposizione del ricorso, essendosi comunque raggiunti la conoscenza dell’atto e, dunque, lo scopo legale della notifica”.

Il Collegio, da ultimo, si riporta a quanto deciso dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 7665 del 18 aprile 2016 la quale ha stabilito che anche alle notifiche PEC deve applicarsi il principio disposto dall’art. 156 c.p.c., secondo il quale la nullità non può essere mai pronunciata se l’atto ha raggiunto lo scopo a cui è destinato “…statuendo altresì, riguardo alla modalità con la quale l’eccezione di nullità viene sollevata, l’inammissibilità dell’eccezione con la quale si lamenti un mero vizio procedimentale, senza prospettare anche le ragioni per le quali l’erronea applicazione della regola processuale abbia comportato, per la parte, una lesione del diritto di difesa o possa comportare altro pregiudizio per la decisione finale della Corte”.

Per i motivi sopra dedotti la Corte di Cassazione respinge l’eccezione preliminare volta a far dichiarare l’inammissibilità del ricorso.

Fonte:http://www.altalex.com/documents/news/2018/02/21/notifica-pec-firma-digitale

Foto: http://www.quotidianogiuridico.it/documents/2017/04/13/improcedibile-il-ricorso-senza-conformita-della-sentenza-e-della-relata-notificate-via-pec

Idoneità del fax a interrompere la prescrizione : orientamenti giurisprudenziali.

19 febbraio 2018


Le comunicazioni inviate via fax sono spesso oggetto di eccezioni e contestazioni davanti al giudice, volte a contestarne l’efficacia ai fini dell’interruzione della prescrizione di un diritto.

In realtà, è grossomodo pacifico l’orientamento a considerare perfettamente efficace, ai predetti fini, un fax validamente inviato e ricevuto, stante la lettera dell’art. 2943 c.c. terzo comma.

I principali dubbi emergono, invece, in ordine all’onere della prova dell’effettiva ricezione del documento inviato con tale mezzo. Cerchiamo di capirne di più, analizzando le norme più rilevanti in materia e il contenuto di alcuni importanti arresti giurisprudenziali.

A norma del citato art. 2943 c.c., la prescrizione è interrotta da qualsiasi atto che valga a costituire in mora il debitore. Per costante orientamento giurisprudenziale, un simile atto può essere inviato indifferentemente con raccomandata a.r., posta elettronica certificata, telegramma o tramite fax.

Quest’ultimo strumento, in particolare, è considerato idoneo e affidabile a tale fine, in considerazione della sua attitudine a fornire prova dell’avvenuta spedizione e del ricevimento da parte del destinatario.

Il rapporto di trasmissione da produrre in giudizio

Ciò avviene, in particolare, in virtù dell’emissione del c.d. rapportino di trasmissione, che attesta la data e l’ora dell’invio, i recapiti del mittente e del destinatario e l’esito dell’operazione (ad esempio, il consueto “OK” che appare in stampa, quando l’invio è andato a buon fine).

L’onere della prova dell’avvenuta ricezione: la posizione della Corte di Cassazione

A fronte di questo ormai consolidato riconoscimento del fax quale mezzo idoneo ad interrompere la prescrizione, le principali perplessità emergono con riguardo alla possibilità di manomettere i meccanismi di stampa e al possibile insorgere di malfunzionamenti nell’apparecchio del destinatario.

Illuminante, a questo proposito, è la spiegazione contenuta nella sentenza della Cassazione Civile, I sez., n. 5168 del 2012, con riguardo al dubbio che il sistema di trasmissione via fax non garantisca a sufficienza l’effettivo ricevimento dell’atto.

In particolare, la Suprema Corte ha chiarito che “una volta dimostrato l’avvenuto inoltro del documento a mezzo telefax al numero corrispondente a quello del destinatario, è perfettamente logico presumere che detta trasmissione sia effettivamente avvenuta e che il destinatario abbia perciò avuto modo di acquisire piena conoscenza di quanto comunicatogli. Sarà suo onere, allora, dedurre e dimostrare l’esistenza di elementi idonei a confutare l’avvenuta ricezione, non bastando certo a tal fine che egli si limiti a negarla”.

Nello stesso senso: i chiarimenti del Consiglio di Stato

A suggellare il grado di affidabilità delle comunicazioni via fax, può essere utile riportare anche quanto affermato dal Consiglio di Stato con sentenza n. 2951/2007: “un fax deve presumersi giunto al destinatario quando il rapporto di trasmissione indica che questa è avvenuta regolarmente, senza che colui che ha inviato il messaggio debba fornire alcuna ulteriore prova. Semmai la prova contraria può solo concernere la funzionalità dell’apparecchio ricevente; ma questa non può che essere fornita da chi afferma la mancata ricezione del messaggio”.

È evidente, pertanto, come una comunicazione correttamente inviata via fax sia idonea ad interrompere la decorrenza della prescrizione di un diritto, senza che al mittente sia richiesta alcuna ulteriore attività in tal senso.

Il contenuto del fax interruttivo della prescrizione

Quanto al contenuto dell’atto con cui si intende interrompere la prescrizione, la giurisprudenza è concorde nell’esigere che quest’ultima contenga una dichiarazione di messa in mora che manifesti la volontà di esigere il credito. Ciò vale, ovviamente, qualunque sia il mezzo con cui viene inviata la comunicazione scritta.

In particolare, la comunicazione dovrà contenere l’indicazione del soggetto obbligato, l’esplicazione della pretesa e l’espressa intimazione all’adempimento.

Fonte: https://www.studiocataldi.it/articoli/29255-il-fax-interrompe-la-prescrizione.asp

Foto:https://images-na.ssl-images-amazon.com/images/I/41aO1jeM8GL.png

Alzheimer e Ssn: orientamenti giurisprudenziali

9 febbraio 2018


Ratio e precedenti

Giova premettere che, normalmente, il criterio di ripartizione dei costi per le spese del ricoverato in RSA è questo:

quota sanitaria a carico della Asl

-quota sociale/alberghiera a carico dell’utente o, nel caso di incapienza dello stesso, del Comune.

La differenza di prestazioni

L’articolo 1 del DPCM 8 agosto 1985 precisa che sono “attività di rilievo sanitario quelle che richiedono personale e tipologie d’intervento proprie dei servizi socio assistenziali purchè siano diretti immediatamente ed in via prevalente alla tutela della salute e si estrinsechino in interventi a sostegno dell’attività sanitaria di cura e/o riabilitazione fisica e psichica del medesimo”. Non rientrano tra queste quelle“esclusivamente socio assistenziali”, in particolare i ricoveri in strutture protette meramente sostitutivi dell’assistenza familiare, ove il personale svolge meramente una attività di mera assistenza e sorveglianza.

Il DPCM 14.2.011 ha distinto tra:

a) “prestazioni sociali a rilevanza sanitaria”: di competenza dei Comuni con partecipazioni alla spesa da parte dei cittadini

b) “prestazioni socio sanitarie ad elevata integrazione sanitaria” a carico del SSN.

Nel caso della persona con patologia grave di Alzheimer, questa distinzione tra le prestazioni diventa molto labile, pertanto si parla di prestazioni socio sanitarie ad alta integrazione sanitaria, ossia a preminente carattere sanitario, il che le rende di competenza sia tecnica che economica del Sistema Sanitario.

IL CASO DI MONZA – Nel caso in oggetto, la figlia di una donna con Alzheimer ricoverata in una RSA era stata chiamata dalla struttura a pagare la retta di ricovero (ben 39.274,66 euro), che la donna si era impegnata a pagare, con un accordo, nel caso in cui la madre non fosse stata in grado di coprire le spese. Il tribunale ha stabilito che la donna non è tenuta a pagare nulla e che, anzi, le spetta un rimborso di quanto versato. Il nodo sta nella tipologia delle prestazioni fornite alla ricoverata. Come si può leggere nella sentenza, tra le motivazioni addotte dal tribunale, vi è il fatto che la persona avesse bisogno non solo di una mera assistenza e sorveglianza ma, come comprovato dai documenti prodotti, le sue gravi condizioni di salute avessero richiesto prestazioni anche sanitarie, oltre che socio assistenziali. A questo punto la competenza passa al SSN che è tenuto a coprire tali costi.

RIMBORSO DI QUANTO GIÀ VERSATO DALLA FAMIGLIA – In aggiunta a questo, il Tribunale ha definito nullo l’impegno sottoscritto dalla famigliadi provvedere al pagamento giornaliero della retta dell’anziana donna nel caso in cui lei non fosse stata in grado di farvi fronte. Il richiamo qui è a un caso analogo del 2012 e relativa sentenza della Cassazione.

La sentenza si conclude infine con la condanna al pagamento delle spese a carico del soccombente, e con il rimborso di quanto indebitamente corrisposto alla RSA da parte della famiglia della ricoverata.

RIFERIMENTI NORMATIVI – Come detto, non si tratta della prima pronuncia con questo orientamento. Con la sentenza n. 617/2017 dello scorso 23 febbraio 2017 il tribunale di Monza si uniforma a questa tendenza già tracciata dalla Cassazione, che in precedenti pronunce era giunta alla medesima conclusione. Per tracciare una sorta di percorso, queste le “tappe normative”:

– art. 30 della legge 730 del 1983 e successive modificazioni,

– Sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite n. 1003 del 1993 e

– Sentenza della Corte di Cassazione la n. 4558 del 2012 (di cui abbiamo parlato qui)

– Sentenza della Corte di Cassazione n. 22776 del 2016.

Il recente caso sottoposto allattenzione della Cassazione.

Tutto è iniziato con il ricorso presentato da una signora romana, Alessandra. Il padre, negli ultimi anni della sua vita, aveva dovuto lottare contro l’Alzheimer e Alessandra, suo malgrado, aveva deciso di farlo ricoverare in una residenza sanitaria assistenziale. Una scelta difficile anche dal punto di vista economico: nei quasi tre anni di ricovero, la donna ha dovuto pagare, a titolo di compartecipazione, circa 13mila euro. Per questo, quando tutto è finito, ha deciso di agire in giudizio.

Nel suo ricorso ha chiesto un risarcimento pari all’ammontare delle spese sostenute per le rette della clinica. Il Tribunale di Roma ha accolto la sua richiesta e ha condannato la Regione Lazio anche a liquidare gli interessi. Per i giudici, infatti, le spese per servizi forniti ai pazienti affetti da Alzheimer devono essere configurate come prestazioni di «carattere sanitario», un impegno economico a carico del Servizio sanitario nazionale.

LA DECISIONE

La decisione del Tribunale si basa su una sentenza di piazza Cavour, che ha stabilito l’impossibilità di distinguere, in caso di Alzheimer, tra «le quote di natura sanitaria (a carico della Regione) e quelle di natura assistenziale (a carico dei pazienti), stante la stretta correlazione, con netta prevalenza delle prime». Tradotto: i costi del soggiorno in Rsa, in questo caso, sono totalmente a carico dello Stato.

La Regione dopo essere stata condannata al risarcimento in Tribunale non ha impugnato la sentenza, ma non ha neppure rivisto il proprio regolamento sanitario e adesso sono tante le famiglie dei malati pronte a far valere i propri diritti. Intanto, per chi vive quotidianamente il dramma, non è cambiato nulla: le rette per le degenze sono a carico dei parenti. Chi non riesce a saldare il conto vive con il terrore di vedersi recapitare da un momento all’altro un’ingiunzione di pagamento.

La class action.

La class action è già partita. Le famiglie lasciate sole ad affrontare la malattia, e a pagare per anni quasi duemila euro al mese per garantire assistenza ai parenti affetti da Alzheimer, adesso chiedono di essere risarcite. Perché la Cassazione ha stabilito che i costi devono essere sostenuti dallo Stato. Così la Regione Lazio rischia adesso di dover rimborsare migliaia di cittadini per le spese di degenza delle rette nelle Residenze sanitarie assistenziali. Dieci cause sono già incardinate al Tribunale civile di Roma, ma sono oltre cento le adesioni arrivate finora sul tavolo dell’associazione “Avvocato del Cittadino”, promotrice dell’azione collettiva.

Fonti: http://www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/cure_per_alzheimer_gratuite_per_tutti_svolta_cassazione-3534249.html

https://www.disabili.com/legge-e-fisco/articoli-legge-e-fisco/ricovero-rsa-malati-gravi-alzheimer-la-retta-e-a-carico-del-sistema-sanitario

Foto: https://m.huffpost.com/us/entry/us_59fb746de4b09887ad6f3e84