Incompetenza per territorio: quali sono i requisiti per l’ammissibilità della relativa eccezione?

21 settembre 2018


Cass. Ord. n. 21941/2018, del 10 settembre 2018

La Corte di Cassazione si è pronunciata in merito ai requisiti necessari che deve contenere, ai fini dell’ammissibilità, l’eccezione di incompetenza territoriale derogabile nelle cause in materia obbligazioni dove la parte convenuta è una persona fisica.

IL CASO: Nell’ambito di un giudizio relativo alla richiesta di risarcimento danni derivanti da un incidente stradale, la Compagnia di Assicurazioni eccepiva l’incompetenza territoriale del giudice adito. L’eccezione veniva rigettata in primo grado dal Giudice di Pace, mentre veniva accolta in sede di appello dal Tribunale, il quale la riteneva ammissibile in quanto riferita a tutti i fori concorrenti di cui agli articoli 18,19 e 20 c.p.c.

 

Pertanto, l’originaria attrice proponeva regolamento di competenza con il quale, evidenziava che l’eccezione di incompetenza territoriale sollevata dalla Compagnia di Assicurazioni era incompleta in quanto quest’ultima non aveva contestato, ex art. 18 c.p.c., l’esistenza del foro del domicilio del convenuto e non aveva provato quanto dichiarato in relazione ai criteri di cui all’articolo 19 c.p.c.

 

LA DECISIONE: La Corte di Cassazione, con la decisione in commento, ha evidenziato che:

 

La completezza dell’eccezione di incompetenza territoriale è requisito di ammissibilità della stessa. Quindi l’eventuale incompletezza può essere rilevata anche d’ufficio dalla stessa Corte di Cassazione in sede di regolamento di competenza ( conf. Cass. 22510/2016, 26094/2014, 5725/2013);

 

Nel caso in cui nelle controversie in materia di obbligazioni venga convenuta una persona fisica, la contestazione della sussistenza del foro del giudice adito e la conseguente necessaria indicazione del giudice competente deve essere svolta con riferimento (oltre che ai foro speciali concorrenti, di cui all’articolo 20 del codice di procedura civile) ad entrambi i fori generali di cui all’articolo 18 c.p.c. Quindi, sia con riferimento alla residenza sia con riferimento al domicilio, in quanto quest’ultimo ha consistenza di criterio di collegamento autonomo rispetto a quello della residenza.

 

Poichè, nel caso esaminato, la Compagnia di Assicurazioni relativamente al foro generale delle persone fisiche ha contestato la sussistenza del foro del Giudice adito solo con riferimento alla “residenza” della convenuta e non anche al suo “domicilio”, gli Ermellini hanno accolto il ricorso per regolamento di competenza, ritenendo inammissibile l’eccezione di incompetenza territoriale sollevata in quanto incompleta e quindi come non proposta.

Fonte: https://news.avvocatoandreani.it/articoli/eccezione-incompetenza-per-territorio-requisiti-per-lammissibilita-104670.html

Foto: http://www.cortedicassazione.it/corte-di-cassazione/

 

cassazione incompetenza territorio l’ordinanza n. 21941/2018 Ordine Avvocati Sciacca

La Corte dei Conti indaga sulla corretta destinazione del 5 per mille: i Caf nel mirino della magistratura contabile

31 agosto 2018


Siete sicuri che il vostro 5 per mille sia davvero finito al destinatario che avete prescelto al momento di compilare il modello 730? Il dubbio è legittimo e lo solleva la Corte dei Conti.

La Corte dei conti, con la delibera 18 luglio 2018, n. 14/2018/G, prende in esame l’attività di audit condotta dall’Agenzia delle Entrate sui comportamenti dei Caf e fa il punto sui casi segnalati dalla magistratura tra il 2013 e il 2015 circa la destinazione del 5 per mille.

Secondo la Corte, in base alla relazione dell’amministrazione finanziaria, nel 2014 il 5,7% delle 8.502 dichiarazioni controllate, ossia 485, hanno rilevato irregolarità, consistenti nella trasmissione di scelte 《non conformi alla preferenza dei cittadini (87 casi)》 per favorire associazioni amiche o legate ai sindacati o《nella mancata conservazione delle schede relative alle scelte (398)》, circostanza, questa ultima, che inibisce, di fatto, ogni controllo sull’effettiva volontà dei contribuenti. Se il 2014 non era andato bene, il 2015 è stato anche peggiore, sia per il 5 per mille che per l’8 per mille. E nel rapporto della Corte la magistratura contabile mette nero su bianco i nomi dei “colpevoli” (il testo completo della relazione è pubblicato sul sito della Corte dei Conti, alla pagina Ultimi documenti pubblicati).

In altri termini, secondo i dati raccolti dalla Corte dei conti, i centri di assistenza fiscale avrebbero condizionato, in molti casi, la scelta dei destinatari della quota di reddito, appunto il 5 per mille, che il contribuente può devolvere volontariamente ad associazioni o organizzazioni no profit.

Una situazione che confligge con la necessità di una assoluta terzietà del caf nel processo decisionale dei contribuenti nella scelta dell’ente a cui devolvere il 5 per mille. L’ingerenza nel processo decisionale dei contribuenti è avvenuta o attraverso le indicazioni date “verbalmente dal personale che consiglia un beneficiario”, oppure con “la presenza, negli applicativi di compilazione delle dichiarazioni dei redditi, di sistemi automatici d’inserimento del codice fiscale degli enti collegati (menù a tendina)”, oppure, ancora, attraverso “la presenza di materiale pubblicitario del Caf stesso”.

Tantissime anche le cosidette “firme generiche”, quelle cioè senza il codice fiscale dell’ente.

Gli ultimi dati sul 5 per mille, relativi al 2016 e riportati dal Sole 24 Ore, indicano che solo per 39 Organizzazioni il 5 per mille vale oltre un milione di euro. Per gli altri 24 mila enti, il contributo va anche sotto i mille euro.

Recentemente, nell’adunanza dello scorso 18 giugno, il rappresentante della Consulta nazionale dei Caf ha confermato, ancora una volta, la disponibilità della categoria ad affrontare il problema.

Come difendersi da questa manipolazione delle vostre dichiarazioni dei redditi? Per chi si è registrato sul portale dall’Agenzia delle Entrate, i contribuenti possono controllare le proprie scelte utilizzando il proprio cassetto fiscale.

Fonte: Corte dei Conti, comunicato stampa del 2 agosto 2018- Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato

http://www.corteconti.it/cerca_nel_sito/dettaglio.html?resourceType=/_documenti/comunicati_stampa/elem_0041.html

Foto: https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/home/865972/taranto-gestione-inceneritore-di-bello-c-risarciranno-5-5-mln.html

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INPS e Legge 104/92: chiarimenti su permessi e regole di calcolo laddove l’orario di lavoro non rientri nella fattispecie di “ordinario” e “giornaliero”

9 agosto 2018


L’INPS: messaggio n. 3114 del 7 agosto 2018.

L’INPS ha emanato il Messaggio n. 3114 del 7 agosto 201, con il quale chiarisce alcune condizioni sottese alla modalità di fruizione dei permessi Legge 104/92 art. 33, commi 3 (n. 3 giorni mensili) e 6 (giornalieri in due ore), in corrispondenza di particolari modalità organizzative dell’orario di lavoro (Part-time, lavoro a turni e notturno).

Queste sono le principali informazioni fornite dall’Istituto nel Messaggio:

“Riproporzionamento dei tre giorni di permesso/giornalieri, due ore al giorno Legge n. 104/92 in caso di rapporto di lavoro Part-time verticale (tutti i giorni con un orario ridotto), orizzontale

(solo alcuni giorni a orario pieno) e misto (verticale/orizzontale) Legge 104/92 a giorni e Part-time verticale

Breve premessa: Principi espressi dalla Giurisprudenza:

Principi espressi dalla Giurisprudenza:

Con precedente Messaggio informativo, inviato lo scorso 27 febbraio, avevamo dato notizia della sentenza della Cassazione civile, sezione lavoro, n. 4069 del 20.02.2018 (udienza del

03.10.2017), cheera tornata a pronunciarsi a proposito della fruizione (se integrale o riproporzionata in rapporto alla percentuale oraria del

Part-time) dei permessi Legge 104/92, ribadendo sostanzialmente la validità di quanto già esposto in sentenza Cassazione civile n. 22925/2017. Il caso riguardava un lavoratore con rapporto di lavoro Part-time verticale, dove l’orario a tempo pieno era, però, ridotto in numero di giornate di lavoro. In estrema sintesi (per maggiori dettagli, rinvio alla lettera del Messaggio del 27.02.2018), la Cassazione aveva stabilito che se la prestazione di lavoro è articolata sulla base di un orario settimanale superiore al 50 per cento di quello ordinario, il titolare del permesso Legge 104/92 ha diritto a godere in formula piena del permesso (tre giorni o due ore al giorno). Ad esempio, se la prestazione del lavoratore è articolata sulla base di un

orario lavorativo settimanale pari a quattro giorni su sei giorni eseguibili a tempo pieno, corrispondente, quindi, ad un Part-time verticale al 67 per cento, il lavoratore ha diritto ai n. 3 giorni di permesso. Se, invece, la prestazione di lavoro è articolata sulla base di un orario settimanale inferiore al 50 per cento di quello ordinario, il titolare del permesso Legge 104/92 subirà il riproporzionamento del suo permesso.

L’INPS, con il Messaggio n. 3114 del 7 agosto 2018, onde evitare equivoci in sede di fruizione del beneficio circa l’indicazione, vaga, del “50 per cento”, fornisce direttamente

l’algoritmo di calcolo da applicare:

orario medio settimanale teoricamente eseguibile dal lavoratore part-time

————————————————— x 3 (giorni di permesso teorici) orario medio settimanale teoricamente eseguibile a tempo pieno

Nota bene: Il risultato numerico va arrotondato all’unità inferiore o a quella superiore

a seconda che la frazione sia fino allo 0,50 o superiore.

Esempio:

Lavoratore in part-time con orario medio settimanale pari a 18 ore presso un’azienda che applica un orario di lavoro medio settimanale a tempo pieno pari a 38 ore. Applicando

la formula sopra enunciata, il calcolo sarà il seguente:

(18/38) X 3= 1,42 che arrotondato all’unità inferiore, in quanto frazione inferiore allo 0,50, dà diritto

a 1 giorno di permesso mensile.

Legge 104/92 a ore e Part-time verticale

I permessi giornalieri Legge 104/92

non vanno riproporzionato in caso di Part-time verticale.

Nel caso di Part-time verticale (solo

alcuni giorni a orario pieno), le ore di Legge 104/92 sono comunque due al giorno.

Legge 104/92 a giorni e Part-time orizzontale

I tre giorni di permesso

non vanno riproporzionati in caso di Part-time orizzontale.

Nel caso di Part-time orizzontale (tutti i giorni con orario ridotto), i giorni di Legge 104/92 sono comunque tre.

Legge 104/92 a ore e Part-time orizzontale

Con Messaggio n. 16866 del 28

giugno 2007, l’INPS aveva già precisato che, in caso di Part-time orizzontale, l’utilizzo dei permessi giornalieri Legge 104/1992 in ore deve essere ricalcolato secondo un massimale orario mensile dei permessi orario medio settimanale teoricamente eseguibile dal lavoratore part-time

——————————————————– x 3 (giorni di permesso teorici) numero medio dei giorni (o turni) lavorativi settimanali previsti per il tempo pieno.

Esempio: Rapporto di lavoro part-time con orario di lavoro medio settimanale

pari a 22 ore e una media di 5 giorni (o turni) lavorativi settimanali previsti per un lavoratore a tempo pieno dello stesso settore.

Applicando la formula sopra enunciata, il calcolo sarà il seguente:

(22/5) X 3= 13,2 pari a 13 ore e 12 minuti mensili.

Il lavoratore avrà dunque diritto a 13 ore e 12 minuti di permessi mensili in corrispondenza di qualsiasi tipologia di part-time (orizzontale, verticale o misto

Riassumendo:

Part time verticale

permesso giornaliero di due ore per ogni giorno di servizio prestato;

permesso mensile di tre giorni ridotto proporzionalmente alle giornate effettivamente lavorate.

Part time orizzontale

permesso giornaliero ridotto in proporzione alle ore lavorate (pertanto, nel caso di prestazione lavorativa inferiore alle 6 ore, il permesso giornaliero si riduce ad 1 sola ora);

permesso mensile di tre giorni resta per intero indipendentemente dall’orario di lavoro.

Nota bene: se il lavoratore è assente per malattia (od anche per

ferie, permessi sindacali, maternità obbligatoria e facoltativa, ecc.), il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, rispondendo all’Interpello n. 24 del 1 agosto

2012- all. 2, ha ritenuto che, nelle ipotesi in cui il dipendente, nel corso del mese, fruisca di tali permessi, non è possibile per il datore di lavoro effettuare un riproporzionamento del diritto

ai permessi Legge 104/92, in quanto trattasi comunque di assenze “giustificate”, riconosciute per legge come diritti spettanti al lavoratore. L’intento di garantire alla persona con disabilità grave una assistenza morale e materiale adeguata, anche attraverso la fruizione, da parte di colui che la assiste, dei permessi mensili Legge 104/92, non sembra possa subire infatti una limitazione a causa della fruizione di istituti aventi funzione, natura e caratteri assolutamente diversi.

A nulla rileva, dunque, la circostanza secondo la quale il dipendente si sia assentato per malattia per 10 giorni, in quanto vanno inseriti ugualmente fra i giorni di lavoro effettivi (conteggiando ovviamente solo i giorni nei quali il lavoratore avrebbe dovuto prestare l’attività lavorativa, in orario pieno o in Part-time).

Nel Messaggio INPS n. 3114 del 7 agosto 2018 in argomento, si parla anche di:

Modalità di fruizione del permesso Legge 104/92 in corrispondenza di turni di lavoro notturno e/o durante giornate festive.

Il permesso Legge 104/92 può essere fruito anche in corrispondenza di un turno di lavoro da effettuare nella giornata di domenica. Il giorno festivo e domenicale, per i turnisti, è da considerarsi, al pari di tutti gli altri, un giorno lavorativo effettivo. La normativa nazionale (più precisamente dal Decreto legislativo n. 66/2003 sull’orario di lavoro) non disciplina eventuali eccezioni, che vengono rimandate, eventualmente, alla contrattazione collettiva, specialmente quella di secondo

livello.

Nota bene: Contro l’abuso della Legge 104/92, va detto che

non diventi un’abitudine la fruizione fissa dei permessi Legge 104/92 nei giorni di lavoro domenicale o festivi (il datore di lavoro può richiedere al dipendente beneficiario la

programmazione anticipata dei permessi legge 104/92, ferma restando una diversa percezione in caso di sopravvenuta improvvisa necessità- <si ritiene che

l’ipotesi descritta possa trovare soluzione in accordi, da prendere anche a cadenza mensile, con i richiedenti i

permessi o con le loro rappresentanze aziendali. Tali accordi dovranno pertanto individuare, in ogni caso, una

programmazione tale da consentire, senza aggravio di costi per le aziende ….> vedi, l’Interpello Ministero del lavoro 27-1-2012, N. 1); il che potrebbe far supporre un “presunto” uso illegittimo di tali giorni di permesso. Per tali fattispecie, qualora

la presunzione di illecito venisse, poi, accertata con prove di fatto (prefigurando, in capo al lavoratore “furbetto”, il

reato di truffa), potrebbe esserci, nei suopo confronti, non solo la sanzione disciplinare del datore di lavoro ma, nei casi più gravi, il licenziamento per giusta causa (Corte di Cassazione, ordinanza n. 8209/2018), oltre che la revoca dei permessi retribuiti da parte dell’INPS dal momento in cui sia accertata la decadenza, con conseguente recupero delle prestazioni erogate prima di tale accertamento (circolare INPS n. 155 del 3-12-2010, par. 4).

Vanno ricordate, infatti, le previsioni dell’art. 76 del D.P.R. n. 445 del 2000 secondo cui <chiunque rilascia

dichiarazioni mendaci, forma atti falsi o ne fa uso (…) è punito ai sensi del codice penale e delle leggi speciali in materia>.

Il permesso Legge 104/92

può essere fruito anche in corrispondenza del lavoro

notturno

(articolato a cavallo di due giorni solari).

L’INPS precisa infatti che, sebbene il turno notturno si svolga a cavallo di due giorni solari, la prestazione resta

riferita ad un unico turno di lavoro in cui si articola l’Azienda. Ne consegue che il giorno di Legge 104/92 fruito in corrispondenza dell’interno turno di lavoro va considerato pari ad un solo giorno di permesso anche nel caso si articoli a cavallo di due

giorni solari.

Cumulo tra il congedo straordinario di cui all’articolo 42, comma 5, del D.lgs n. 151/2001 ed i permessi a giorni Legge n. 104/92.

L’INPS aveva già affrontato, nella circolare 53 del 2008, al

paragrafo 7- all. 3, la questione del cumulo, nell’arco del mese, purché in giornate diverse, il congedo straordinario con i giorni di permesso Legge 104/1992, senza la necessità della ripresa lavorativa tra la fruizione delle due tipologie di benefici.

Nota bene:

Non è consentito, invece, il cumulo tra i tre giorni di permesso Legge 104/92 e il prolungamento del congedo parentele.

inps interpretazione legge 104/92 limiti Ordine Avvocati Sciacca Permessi

Omessa assunzione del disabile – illecito istantaneo ad effetti permanenti.

26 luglio 2018


Nota dell’Ispettorato del Lavoro n. 6316 del 18-07-2018

Riprendendo il discorso del Ritardo nella assunzione obbligatoria e risarcimento del danno

(con riferimento alla Notizia di lunedì 23 luglio, Collocamento disabili presso le Pubbliche Amministrazioni: prospetto informativo entro il 15 settembre), condivido la nota Prot. n. 6316 del 18 luglio 2018, con la quale l’Ispettorato Nazionale del lavoro chiarisce quale sia la natura giuridica dell’illecito commesso dai datori di lavoro circa l’omessa assunzione di persone disabili, nel caso in cui si trovino nella situazione di scopertura delle quote d’obbligo (grava quindi, su di essi, l’obbligo giuridico del
facere).

La questione si pone essenzialmente sul piano del tecnicismo giuridico (propedeutico se si intende procedere, nei confronti dei datori di lavoro inadempienti, con diffida); ma, nelle linee generali, è importante avere ben chiare una serie di circostanze, nel momento in cui si agisce per le scoperture di posti ex leggi 68/1999, 113/1985 e 29/1994: innanzitutto, l’omessa assunzione del disabile è un illecito, che si sostanzia nel mancato compimento, entro il termine di legge, di un comportamento doveroso (il rispetto delle quote d’obbligo).

La natura di tale illecito è “istantaneo ad effetti permanenti”, nel senso che: è “istantaneo”, perché sorge immediatamente allo scadere dei tempi regolamentari concessi dal Legislatore per il rispetto delle quote d’obbligo assunzionali; è “ad effetti permanenti”, ovvero perdurante fino a quando la situazione antigiuridica (la mancata assunzione obbligatoria) non venga rimossa dalla Parte datoriale, appunto con l’assunzione del disabile.

Nota bene: Il datore di lavoro ha un ampio ventaglio di possibilità per l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità (richiesta nominativa
valevole però solo per i datori di lavoro privati, richiesta numerica, mobilità per passaggio/trasferimento tra Pubbliche Amministrazioni

artt. 30 per la mobilità e 34-bis per il ricollocamento D.lgs n. 165/2001, avviso pubblico o con graduatoria limitata a coloro che aderiscono alla specifica occasione di lavoro, convenzioni di inserimento lavorativo art. 11 della legge 68 del 1999), se la Parte datoriale sia entro regolamentari termini assunzionali– 60 giorni dall’insorgenza dell’obbligo per i disabili legge 68/1999, 60 giorni dall’insorgenza dell’obbligo+ 30 giorni dall’invito ad adempiere del Centro per l’Impiego (“Servizio competente”) per i centralinisti telefonici settore privato legge 113/1985 e pari attesa per i fisioterapisti non vedenti e i massofisioterapisti ante ‘99 settore privato legge 29/1994 (legge 29/1994, art. 4 comma 3 “Le assunzioni sono effettuate con le modalità stabilite dall’articolo 6 della legge 29 marzo 1985, n. 113”), invece 180 giorni dall’insorgenza dell’obbligo+ 30 giorni dall’invito ad adempiere del Centro per l’Impiego per i centralinisti telefonici
non vedenti settore pubblico legge 113/1985 e pari attesa per i fisioterapisti non vedenti settore pubblico legge 29/1994 (legge 29/1994, art. 4 comma 3 “Le assunzioni sono effettuate con le modalità stabilite dall’articolo 6 della legge 29 marzo 1985, n. 113”).

Una volta decorso infruttuosamente il menzionato termine dei 60/180 giorni (+ 30 di invito ad adempiere per le categorie professionali abilitanti dei “privi della vista”), la richiesta di avviamento dei disabili secondo l’ordine di graduatoria è, come precisa l’Ispettorato Nazionale del Lavoro,l’unica modalità di assolvimento dell’obbligo, non consentendo, pertanto, alla Parte datoriale interessata il ricorso a forme assunzionali diverse da quella numerica o, in ogni caso, dalla chiamata con avviso pubblico e con graduatoria limitata a coloro che aderiscono alla specifica occasione di lavoro (Riferimento normativo: l’art. 7, comma 1-bis, legge 68 del 1999).

Per il regime sanzionatorio, vige il principio del “tempus regit actum”, nel senso che ai datori di lavoro inadempimenti verrà applicata la sanzione vigente al momento della consumazione della condotta illecita. Il comportamento omissivo e/o di rifiuto dell’assunzione da parte della Parte datoriale dovrà avere necessariamente, come conseguenza, l’irrogazione della sanzione (di diversa natura, come sotto riportato alla voce Rif. normativo, se si tratta di Parte pubblica, ovvero Parte privata) da parte della Direzione provinciale del Lavoro. L’obbligo di assunzione non lascia margini di discrezionalità al datore di lavoro.
Riferimento giurisprudenziale: Cassazione, Sezioni unite, 27.5.1999, n. 302.
Riferimento normativo: art. 15 della legge 68/1999, in particolare al comma 1 (imprese private e enti pubblici economici, tenute al pagamento, come Azienda, di sanzioni amministrative pecuniarie, destinate al Fondo disabili) e al comma 2 (Pubbliche Amministrazioni, non soggette direttamente all’applicazione di sanzioni pecuniarie. Dell’omessa assunzione di disabili ne rispondono però, come Persona per funzioni d’ufficio ricoperte, i responsabili di procedimento, ai sensi della legge 241/1990, a cui si applicano nominalmente le sanzioni amministrative, disciplinari e penali previste dalle norme sul pubblico impiego); ai fini della prescrizione, la sua decorrenza scatta dal momento in cui la condotta illecita omissiva si è consumata, ovvero dal 61esimo giorno, ovvero dal 181esimo giorno, successivo all’insorgenza dell’obbligo ex leggi 68/1999, 113/1985 e 29/1994.

Foto: https://www.lavoroediritti.com/leggi-e-prassi/mancata-assunzione-disabili-sanzioni/amp

ciechi disabili illecito lavoro non vedenti obbligo assunzione

Termini invio telematico prospetto informativo disabili

23 luglio 2018


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10 luglio 2018 adempimenti telematici lavoratori anpal ciechi disabili Ordine Avvocati Sciacca

Rimborso delle spese forfettarie: dovuto anche senza la prova di averle sostenute

11 luglio 2018


Cass. Ordinanza n. 13693/2018
La Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 13693/2018 ribadisce alcuni principi in materia di liquidazione delle spese legali e di rimborso spese forfettarie.

Il caso: V.A. ricorre per cassazione, affidandosi a cinque motivi, resistiti dalla curatela del Fallimento della soc. X s.p.a., avverso il decreto del Tribunale di Bolzano reiettivo dell’opposizione da lui proposta contro la mancata ammissione al passivo della suddetta procedura concorsuale anche per ulteriori somme afferenti crediti nascenti dall’intercorso rapporto lavorativo con la menzionata società.

Con riferimento alla condanna alle spese a carico del ricorrente ed alla quantificazione della stessa, il ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione di legge (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), con riferimento all’art. 91 c.p.c., nonchè al D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, art. 9, comma 2, conv., con modificazioni, dallaL. 24 marzo 2012, n. 27, in relazione agli artt. 1, 4, ed 11 ed all’allegato A, del D.M. Giustizia 20 luglio 2012, n. 140,: in particolare la decisione del tribunale violerebbe “platealmente” il complesso normativo desumibile dal D.M. n. 140 del 2012:

– in primo luogo, perchè la quantificazione dei compensi avrebbe dovuto essere, a norma di legge, inferiore: a fronte di una pluralità di ricorsi sostanzialmente identici, la Curatela si era costituita in giudizio con memorie seriali, con contenuto praticamente identico in diritto, con la sola variazione parziale di alcuni punti di fatto, dei nomi dei ricorrenti e degli importi oggetto di causa;

– di conseguenza il Tribunale avrebbe dovuto tener conto di tale circostanza così da procedere ad una sostanziale riduzione percentuale dei compensi di tutte le fasi (ivi incluse, quindi, quella di studio ed introduttiva), oppure, alternativamente, all’applicazione di un compenso unico aumentato fino al doppio e, per conseguenza, poi diviso tra il numero delle parti ricorrenti nella medesima posizione;

– in secondo luogo perchè non avrebbe potuto comunque pronunciarsi la condanna anche al rimborso forfettario pari al 12,5%”.

La Cassazione, nel ritenere infondate le suddette doglianze, osserva quanto segue:

A) per quanto riguarda la questione delle spese forfetarie, posta la diversità tipologica e concettuale esistente tra compenso spettante al difensore e spese dal medesimo sostenute nell’espletamento dell’attività professionale svolta per il cliente, è opportuno ricordare che le spese cd. generali (o forfetarie) sono quelle di norma sostenute durante una causa, la cui dimostrazione è difficile oppure oltremodo gravosa, sicchè il loro rimborso è dovuto anche senza la prova del relativo sostenimento;

– costituisce principio consolidato quello secondo il quale il rimborso cd. forfetario delle spese generali costituisce una componente delle spese giudiziali, la cui misura è predeterminata dalla legge, che spetta automaticamente al professionista difensore, anche in assenza di allegazione specifica e di apposita istanza, dovendosi quest’ultima ritenere implicita nella domanda di condanna al pagamento degli onorari giudiziali che incombe sulla parte soccombente.

B) per quanto riguarda la quantificazione del compenso, la Corte ricorda che il D.M. n. 140 del 2012, all’art. 4 comma 2 stabilisce che “nella liquidazione il giudice deve tenere conto del valore e della natura e complessità della controversia, del numero e dell’importanza e complessità delle questioni trattate, con valutazione complessiva anche a seguito di riunione delle cause, dell’eventuale urgenza della prestazione”, e, al comma 4, che “qualora l’avvocato difenda più persone con la stessa posizione processuale, il compenso unico può essere aumentato fino al doppio. Lo stesso parametro di liquidazione si applica quando l’avvocato difende una parte contro più parti….”.

– Non v’è dubbio, pertanto, che presupposto necessario affinchè il compenso possa essere aumentato nella misura suddetta, in ragione del numero delle parti assistite o del numero delle controparti, è che vi sia da liquidare un unico compenso, relativo o al medesimo processo o a più processi che, benchè separatamente introdotti, sono stati successivamente riuniti;

– nel diverso caso, verificatosi nella specie, in cui l’avvocato assista o difenda la stessa parte in una pluralità di cause, che, pur se aventi ad oggetto identiche questioni di fatto e di diritto, non siano state riunite, la liquidazione degli onorari, invece, non può che essere effettuata separatamente, in relazione a ciascun procedimento.

Fonte: AvvocatoAndreani.it Risorse Legali – Articolo originale: Dovuto il rimborso delle spese forfetarie anche senza la prova del relativo sostenimento

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Corte Ue: sì alla nozione di «coniuge» per i matrimoni omosessuali

6 luglio 2018


Corte di Giustizia Ue, Sent. causa C-673/16.

La nozione di «coniuge» riguarda anche i matrimoni contratti da persone dello stesso sesso, a prescindere dal fatto che uno Stato membro autorizzi il matrimonio omosessuale.

In forza di questo, non si può ostacolare la libertà di soggiorno di un cittadino dell’Unione rifiutando di concedere al suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di un Paese non Ue, un diritto di soggiorno derivato sul loro territorio. È questa la conclusione a cui è giunta oggi la Corte di Giustizia Ue con la sentenza nella causa C-673/16.

Un cittadino rumeno e un cittadino americano, dopo aver convissuto per quattro anni negli Stati Uniti, si sono sposati a Bruxelles nel 2010. Nel dicembre 2012 i coniugi hanno chiesto alle autorità rumene informazioni circa la procedura e le condizioni in cui il cittadino americano potesse ottenere, in quanto familiare del cittadino rumeno , il diritto di soggiornare legalmente in Romania per un periodo superiore a tre mesi. Tale domanda era fondata sulla direttiva relativa all’esercizio della libertà di circolazione , che permette al coniuge di un cittadino dell’Unione che abbia esercitato tale libertà di raggiungere quest’ultimo nello Stato membro in cui soggiorna.

In risposta a tale richiesta, le autorità rumene hanno informato la coppia che il diritto di soggiorno era limitato a tre mesi perché il coniuge di nazionalità americana non poteva essere qualificato in Romania quale «coniuge» di un cittadino dell’Unione, dato che tale Stato membro non riconosce i matrimoni tra persone dello stesso sesso.

I due coniugi hanno quindi proposto dinanzi ai giudici rumeni un ricorso diretto a far dichiarare l’esistenza di una discriminazione fondata sull’orientamento sessuale, per quanto riguarda l’esercizio del diritto di libera circolazione nell’Unione. La Corte costituzionale romena, investita di un’eccezione d’incostituzionalità nell’ambito di tale controversia, ha quindi chiesto alla Corte di giustizia se il componente di nazionalità statunitense della coppia rientra nella nozione di «coniuge» di un cittadino dell’Unione che ha esercitato la sua libertà di circolazione e debba ottenere di conseguenza la concessione di un diritto di soggiorno permanente in Romania.

Con la sua sentenza, la Corte ricorda, innanzitutto, che la direttiva relativa all’esercizio della libertà di circolazione non può fondare un diritto di soggiorno derivato a favore di un cittadino extra-Ue nella situazione familiare come quella esplicitata nella controversia . Tuttavia la Corte ricorda che, in alcuni casi, cittadini di Stati non-Ue, familiari di un cittadino dell’Unione, che non potevano beneficiare, sulla base delle disposizioni della direttiva, di un diritto di soggiorno derivato nello Stato membro di cui tale cittadino abbia la cittadinanza, possono tuttavia vedersi riconosciuto un simile diritto sulla base dell’articolo 21, paragrafo 1, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, disposizione che conferisce direttamente ai cittadini dell’Unione il diritto fondamentale e individuale di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri.

La Corte prosegue indicando che le condizioni di concessione di tale diritto di soggiorno derivato non devono essere più rigorose di quelle previste dalla direttiva per la concessione di un simile diritto di soggiorno a un cittadino di uno Stato non-Ue , familiare di un cittadino dell’Unione che abbia esercitato il proprio diritto di libera circolazione stabilendosi in uno Stato membro diverso da quello di cui possiede la cittadinanza.

Nell’ambito della direttiva sull’esercizio della libertà di circolazione, spiega la Corte, la nozione di «coniuge», che designa una persona unita ad un’altra da vincolo matrimoniale, è neutra dal punto di vista del genere e può comprendere quindi il coniuge dello stesso sesso di un cittadino dell’Unione. La Corte precisa, peraltro, che lo stato civile delle persone, a cui sono riconducibili le norme relative al matrimonio, è una materia che rientra nella competenza degli Stati membri e che il diritto dell’Unione non pregiudica tale competenza. Questi ultimi restano quindi liberi di prevedere o meno il matrimonio omosessuale. Essa rileva altresì che l’Unione rispetta l’identità nazionale dei suoi Stati membri, insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale.

La Corte considera, tuttavia, che il rifiuto, da parte di uno Stato membro, di riconoscere, ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato non-Ue, il matrimonio di quest’ultimo con un cittadino dell’Unione dello stesso sesso, legalmente contratto in un altro Stato membro, è atto ad ostacolare l’esercizio del diritto di detto cittadino di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri. Ciò comporterebbe che la libertà di circolazione varierebbe da uno Stato membro all’altro in funzione delle disposizioni di diritto nazionale che disciplinano il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Ciò premesso, la Corte ricorda che la libera circolazione delle persone può essere oggetto di restrizioni indipendenti dalla cittadinanza delle persone interessate, qualora tali restrizioni siano basate su considerazioni oggettive di interesse generale e siano proporzionate allo scopo legittimamente perseguito dal diritto nazionale. A tale riguardo, l’ordine pubblico, che nel caso di specie viene invocato come giustificazione per limitare il diritto di libera circolazione, dev’essere inteso in senso restrittivo, di guisa che la sua portata non può essere determinata unilateralmente da ciascuno Stato membro senza il controllo delle istituzioni dell’Unione. L’obbligo per uno Stato membro di riconoscere, ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato non-Ue, un matrimonio omosessuale contratto in un altro Stato membro conformemente alla normativa di quest’ultimo non pregiudica l’istituto del matrimonio in tale primo Stato membro. In particolare, tale obbligo non impone a detto Stato membro di prevedere, nella sua normativa nazionale, l’istituto del matrimonio omosessuale. Inoltre, un simile obbligo di riconoscimento ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato non-UE non attenta all’identità nazionale né minaccia l’ordine pubblico dello Stato membro interessato.

La Corte ricorda infine che una misura nazionale idonea ad ostacolare l’esercizio della libera circolazione delle persone può essere giustificata solo se è conforme ai diritti fondamentali sancitidalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Dal momento che il diritto fondamentale al rispetto della vita privata e familiare è garantito all’articolo 7 della Carta, la Corte rileva che anche dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo risulta che la relazione che lega una coppia omosessuale può rientrare nella nozione di «vita privata», nonché in quella di «vita familiare», al pari della relazione che lega una coppia di sesso opposto che si trovi nella stessa situazione.

Fonte: http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/norme-e-tributi/2018-06-05/corte-ue-si-nozione-coniuge-i-matrimoni-omosessuali-112028.shtml?uuid=AEuH7J0E

Foto: https://given2.com/it/blog/legge-unioni-civili/amp

Lavoro: accertamento dei requisiti per il riconoscimento dell’assegno di invalidità.

19 giugno 2018


Cass., sezione lavoro, ord. n. 15303/2018

Per la Cassazione il giudice deve verificare la riduzione della capacità lavorativa anche riferendosi ad attività affini a quelle precedentemente svolte dall’assicurato.
Il giudice, nel giudizio volto ad accertare i requisiti per il riconoscimento dell’assegno di invalidità, dovrà accertare la sussistenza del requisito di cui alla legge n. 222/1984, ovvero la riduzione a meno di un terzo della capacità lavorativa dell’assicurato in occupazioni confacenti alle sue attitudini.

Tale verifica, tuttavia, dovrà essere effettuata non solo facendo riferimento ad attività lavorative sostanzialmente identiche a quelle svolte in precedenza dall’assicurato, ma anche rispetto a quelle che, seppur diverse, siano affini al precedente lavoro da questi svolto.
Lo ha rammentato la Corte di Cassazione, sezione lavoro, nell’ordinanza n. 15303/2018 (qui sotto allegata) che ha accolto il ricorso dell’Inps contro la sentenza della Corte d’Appello che, conformandosi al giudizio di prime cure, aveva riconosciuto al lavoratore il diritto all’assegno ordinario di invalidità.

Nel dettaglio, la Corte territoriale aveva ritenuto che la patologia tumorale maligna della quale era affetto il lavoratore doveva ritenersi invalidante nella misura di legge nonostante l’avvenuta asportazione del tumore maligno.

L’Istituto, invece, ritiene che il giudice del gravame abbia errato, in adesione alla consulenza tecnica d’ufficio, nell’emettere un giudizio del tutto avulso dall’accertamento della riduzione della capacità lavorativa dell’assicurato in occupazioni confacenti alle attitudini, e anche in riferimento all’attività svolta dall’assistito (impiegato assicurativo) con conseguente mancanza di riferimento alla possibilità di attività lavorative proficue.
Invalidità: l’accertamento dei requisiti per l’assegno
Una doglianza che la Cassazione ritiene di condividere rammentando il consolidato principio (cfr., ex multis, Cass n. 10424/2015) secondo cui, ai fini del riconoscimento dell’assegno ordinario di invalidità, la sussistenza del requisito posto dall’art. 1 della legge n. 222/1984, concernente la riduzione a meno di un terzo della capacità di lavoro dell’assicurato in occupazioni confacenti alle sue attitudini, dovrà “essere verificata in riferimento non solo alle attività lavorative sostanzialmente identiche a quelle precedentemente svolte dall’assicurato (e nel corso delle quali si è manifestato il quadro patologico invalidante), ma anche a tutte quelle occupazioni che, pur diverse, non presentano una rilevante divaricazione rispetto al lavoro precedente”.

Ciò in quanto queste costituiscono una naturale estrinsecazione delle attitudini dell’assicurato medesimo, tenuto conto di età, sesso, formazione professionale e di ogni altra circostanza emergente nella concreta fattispecie, che faccia ragionevolmente presumere l’adattabilità professionale al nuovo lavoro, senza esporre l’assicurato ad ulteriore danno per la salute.

Nel caso di specie, invece, la Corte di appello non ha tenuto conto, nella valutazione della capacità lavorativa dell’assicurato, dell’attività di impiegato dallo stesso svolta.

Il giudizio della Corte territoriale, infatti, si è limitato a un apprezzamento di tipo sanitario non incentrato altresì sulla possibilità, per l’assicurato di svolgere altre attività confacenti alle sue attitudini, avuto riguardo alla personalità professionale (impiegato) e, dunque, alle sue esperienze di lavoro e capacità di adattamento.

Dall’accoglimento del ricorso deriva la cassazione della sentenza dovendo il giudice del rinvio compiere ulteriori accertamenti in fatto attenendosi al principio sopra espresso.

Fonte:https://www.studiocataldi.it/articoli/30850-assegno-di-invalidita-l-accertamento-dei-requisiti-per-il-riconoscimento.asp

Foto:http://www.consulentidellavoro.it/index.php/component/k2/item/9853

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S.U. Cassazione: è applicabile il cumulo giuridico in caso di infortunio in itinere del lavoratore?

15 giugno 2018


Cass. Sentenza 22 maggio 2018, n. 12566.

In materia di liquidazione del danno da infortunio in itinere, è insorto un contrasto interpretativo in seno alla giurisprudenza: dal risarcimento riconosciuto al danneggiato va detratta la somma versata dall’Inail a titolo di rendita per inabilità?

Sulla questione è intervenuta la Corte di Cassazione con la sentenza 22 maggio 2018, n. 12566.

Le Sezioni Unite Civili hanno statuito il seguente principio di diritto: l’importo della rendita per l’inabilità permanente corrisposta dall’Inail per l’infortunio in itinere occorso al lavoratore, va detratto dall’ammontare del risarcimento dovuto al danneggiato, allo stesso titolo, da parte del terzo responsabile del fatto illecito”.

Al fine di meglio inquadrare la questione problematica, si precisa che la suddetta statuizione ha avuto origine da una controversia instaurata dalla vittima di un sinistro stradale, la quale aveva citato in giudizio sia il proprietario dell’autocarro con cui era andata a collidere, sia la compagnia assicurativa. I responsabili furono dunque condannati, in primo grado, al risarcimento del danno in favore dell’attore. In seguito, invece, la Corte d’appello aveva ridotto l’ammontare del risarcimento, ritenendo che da quando liquidato, dovesse essere detratto il valore capitalizzato della rendita Inail ricevuta dalla vittima per il medesimo evento dannoso. Avverso tale ultima decisione lo stesso danneggiato proponeva ricorso in Cassazione.

Orbene, con ordinanza interlocutoria 22 giugno 2017, n. 15535, la Terza Sezione della Corte di Cassazione ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione del ricorso alle Sezioni Unite al fine di risolvere il contrasto di giurisprudenza sulla questione, sollevata con il primo motivo di impugnazione, ovvero “se dall’ammontare del danno risarcibile si debba scomputare la rendita per l’inabilità permanente riconosciuta dall’INAIL a seguito di infortunio occorso al lavoratore durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro”.

Sul punto si rinvengono due orientamenti giurisprudenziali contrapposti tra loro. In particolare, un primo orientamento, facente capo alla sentenza della Cass. n. 21897 del 2009, sostiene che “la costituzione, da parte dell’assicuratore sociale, di una rendita in favore dei prossimi congiunti di persona deceduta in conseguenza di un sinistro stradale in itinere, non esclude né riduce in alcun modo il loro diritto al risarcimento del danno patrimoniale nei confronti del responsabile, non operando in tale ipotesi il principio della compensano lucri cum damno, a causa della diversità del titolo giustificativo della rendita rispetto a quello del risarcimento”. In base a questo indirizzo, non sussiste alcuna duplicazione del danno ai sensi dell’art. 1916 cod. civ., che concerne il diritto di surrogazione dell’assicuratore verso il responsabile, e non già il diritto del medesimo di eccepire il pagamento del terzo assicuratore sociale come fatto estintivo o compensativo del proprio debito.

Invece, secondo l’orientamento di segno opposto, le somme liquidate dall’INAIL in favore del danneggiato da sinistro stradale a titolo di rendita vadano detratte, in base al principio indennitario, dall’ammontare del risarcimento dovuto al danneggiato da parte del terzo responsabile.

Il Collegio della Terza Sezione prospetta come preferibile quest’ultimo indirizzo, essendo favorevole al divieto di cumulo.

Fonte: http://www.altalex.com/documents/news/2018/05/23/infortunio-in-itinere-risarcimento-e-indennita-inail?utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

Foto:https://www.affarimiei.biz/lavoro-e-formazione/infortunio-sul-lavoro

Roma: registrata la figlia di due papà.

28 aprile 2018


A Torino qualche giorno fa la sindaca Chiara Appendino aveva iscritto all’anagrafe un bimbo nato all’ospedale Sant’Anna di Torino, indicando nel registro di stato civile che non solo quel bimbo ha due mamme ma anche che è stato concepito grazie alle tecniche di fecondazione eterologa in Danimarca. Ed è di oggi la notizia che a Roma è stato trascritto l’atto di nascita di una bambina nata in Canada, grazie alla gestazione per altri, indicando come genitori con pieni diritti e pieni doveri due papà. La decisione degli uffici dell’anagrafe capitolina, spiega il legale della coppia di padri Alexander Schuster, “è la prima che viene presa senza l’intervento della corte d’Appello o del Tribunale”. In realtà era già successo nel 2015, sindaco Ignazio Marino, assessore al Patrimonio, Politiche UE, Comunicazione e Pari Opportunità Alessandra Cattoi.

Avvocato Schuster, come sono arrivati i dirigenti capitolini a una decisione di questo genere?
“Quando una famiglia con due padri o due madri che abbiano partorito il figlio all’estero vuole vedersi riconosciuta nell’atto di nascita la doppia genitorialità, deve fare ricorso alla Corte d’Appello. Una sentenza di questa Corte per un’altra coppia di padri da me seguita a Roma è arrivata a febbraio: in essa i giudici hanno stabilito che non è contrario all’ordine pubblico la trascrizione dell’atto di nascita dei loro tre figli”.

Perché questa sentenza ha avuto un impatto sulla decisione di oggi, visto che ogni caso è un caso a sé, e che per avere giurisprudenza e in mancanza di una legge chiara, è necessaria una pronuncia della Cassazione a sezioni unite?
“Sia prima che dopo quella sentenza ho parlato a lungo con i dirigenti dell’anagrafe: la decisione che hanno preso è stata quella di trascrivere spontaneamente l’atto di nascita con due padri della bimba nata in Canada, senza aspettare una nuova pronuncia della Corte d’Appello. Sta insomma emergendo una nuova giurisprudenza, riconosciuta anche dagli ufficiali dei comuni. La loro decisione ha una straordinaria portata. Così come ebbe un impatto incredibile la pronuncia della Corte d’Appello di Trento che all’inizio del 2017 riconobbe la genitorialità di due uomini, che avevano avuto due gemelli in Canada grazie alla maturità surrogata dove erano già stati registrati come genitori dalla Superior Court of Justice canadese.

Con una motivazione chiara: l’insussistenza di un legame genetico tra i minori e il padre non è di ostacolo al riconoscimento di efficacia giuridica al provvedimento straniero”.

La trascrizione nei registri dell’anagrafe di Roma è dunque “figlia” di sentenze che non riguardano il caso?
“No, infatti sta proprio qui la portata rivoluzionaria di questa decisione: non è si tratta di una trascrizione per ordine di un giudice. Ma per decisione di tecnici dirigenti dell’ufficio anagrafe”.

Intanto esultano le Famiglie Arcobaleno, di cui fanno parte i due papà: “Stiamo lavorando da tanto tempo con sindaci e comuni d’Italia affinché l’obiettivo del riconoscimento alla nascita dei nostri figli possa rendeli uguali a tutti gli altri bambini” dice Marilena Grassadonia, presidente dell’Associazione.”Speriamo che anche questa volta la primavera dei diritti parta dai sindaci delle nostre città. E che questo movimento riescano, così come è stato per le unioni civili, costringere la politica a occuparsi seriamente dei nostri figli e a dar loro tutele vere e piene”.

Fonte: http://roma.repubblica.it/cronaca/2018/04/28/news/roma_come_torino_figlia_di_due_padri_registrata_all_anagrafe-195002864/?rss

Foto:https://goo.gl/images/frgRtW