Indennità di maternità e congedo straordinario

9 novembre 2018


Corte Costituzionale, sent. n. 158 del 23 maggio 2018.

Gentili lettori, vi propongo un articolo in materia di lavoratrici gestanti, di calcolo del limite di assenze per oltre sessanta giorni tra la fine del servizio a lavoro e di norme dettate in caso di inizio della maternità; si parla, ancora, di indennità di maternità e di congedo straordinario di due anni per l’assistenza al coniuge (o all’unito civilmente) o al figlio disabile grave (art. 42, comma 5, Decreto legislativo

n. 151/2001)

Il caso.

Una lavoratrice, dall’aprile 2016, fruisce di un congedo straordinario per l’assistenza del figlio in condizioni di disabilità grave e dal maggio 2016 ha iniziato una nuova gravidanza.

Dal 23 agosto 2016, in forza di un provvedimento dell’azienda sanitaria per “gravidanza a rischio”, deve assentarsi improvvisamente dal lavoro, entrando subito in maternità obbligatoria. Essendo però già da aprile in congedo
straordinario, la lavoratrice gestante non riesce a tornare a lavoro nell’arco dei sessanta giorni antecedenti lo stop per maternità (ovvero, dal 23 giugno al 23 agosto 2016), risultando così continuativamente assente dal servizio per oltre sessanta giorni
prima del 23 agosto (inizio della maternità obbligatoria).

L’INPS respinge la domanda di indennità giornaliera per la durata della maternità obbligatoria (a decorrere dal 23 agosto 2016), perché
nei sessanta giorni antecedenti l’inizio del periodo della maternità, la lavoratrice non aveva interrotto l’assenza per congedo straordinario per assistenza al figlio disabile grave, rientrando in servizio.

[Ricordo che, per ottenere l’indennità di maternità, la lavoratrice gestante
non deve risultare assente per un n. di giorni superiore a 60 giorni antecedentemente all’inizio dei cinque mesi di astensione obbligatoria dal lavoro (od oltre, se viene accertata la “gravidanza a rischio”), a meno che la sua assenza prolungata oltre
i sessanta giorni prima della obbligatoria non sia dovuta a: malattia, infortunio, cassa integrazione, oppure a disoccupazione perché ha perso da poco il posto di lavoro- se, quindi, la lavoratrice gestante è in malattia da oltre sessanta giorni prima dello
stop per maternità, l’interessata avrà, comunque, diritto all’indennità giornaliera di maternità corrisposta dall’INPS, per tutti i mesi di maternità obbligatoria].

Dubbi di legittimità costituzionale

La Sentenza- Allego testo

Con sentenza n. 158 del 23 maggio 2018, la Corte Costituzionale ha chiarito
che i periodi di congedo straordinario di cui all’art. 42, comma 5, del D. lgs n. 151/2001, fruiti dalle
lavoratrici gestanti per assistere il coniuge convivente o il figlio, con disabilità in situazione di gravità, sono “neutri” ai fini del calcolo dei sessanta giorni di assenza, tra l’interruzione del lavoro e l’inizio della maternità obbligatoria.
Vale al pari di quanto già previsto per la malattia, l’infortunio, la cassa integrazione e la disoccupazione, già qualificati dalla legge come periodi “neutri”.

Pertanto, qualora la lavoratrice gestante risultasse assente per più di sessanta giorni prima dell’inizio della maternità obbligatoria, perché si trova in congedo straordinario per assistere il figlio o il coniuge disabile grave,
tale circostanza non pregiudicherà poi il diritto a vedersi corrisposta l’indennità di maternità durante il periodo della obbligatoria, perché
tale periodo di congedo straordinario nonè considerato assenza

è considerato assenza dal servizio prima del congedo di maternità.

La Corte in definitiva difende due principi la tutela della maternità e la tutela della persona con disabilità ad essere assistita. La sentenza riporta:

il sostegno economico alla lavoratrice madre perseguirebbe l’obiettivo di tutelare la salute della donna e del nascituro e di salvaguardare la libertà della lavoratrice
di essere madre, senza limitazioni o condizionamenti derivanti dalla prospettiva della perdita del reddito lavorativo.

Il congedo straordinario regolato dall’art. 42 d.lgs. n. 151 del 2001 adempirebbe alla funzione di tutelare la salute psico-fisica del disabile e di promuoverne l’integrazione
all’interno della famiglia, che svolge un fondamentale ruolo di assistenza. Tale fattispecie di congedo straordinario meriterebbe, ai fini del trattamento economico di maternità, la medesima tutela riconosciuta nelle altre ipotesi, in cui la legge concede
l’indennità di maternità anche a lavoratrici che non siano in servizio da più di sessanta giorni.

L’INPS comunica.

L’INPS recepisce il dettato giurisprudenziale con Messaggio n. 4074 del 02/11/2018. Allego testo.

Importante: Le istruzioni del Messaggio INPS trovano applicazione, su richiesta, anche per gli eventi antecedenti la sentenza della Corte,
sempre che non siano trascorsi i termini di prescrizione ovvero per i quali non sia intervenuta sentenza passata in giudicato.

Nota bene: Godono del beneficio dell’esclusione dal calcolo dei sessanta giorni di assenza dal
servizio soltanto le assenze per congedo straordinario fruito per l’assistenza al coniuge convivente (e all’unito civilmente Legge 76/2016) o a un figlio con
disabilità in situazione di gravità.

Di conseguenza, restano, quindi, esclusi i congedi per assistere altri soggetti, come il fratello o la sorella o i genitori della gestante.

Di conseguenza, restano, quindi, esclusi i congedi per assistere altri soggetti, come il fratello o la sorella o i genitori della gestante.

Focus sull’evoluzione storica del beneficio del congedo straordinario: Troverete interessante, leggendo la sentenza, una breve evoluzione storica del beneficio e l’ambito
applicativo, di cui riporto lo stralcio. “Dapprima esteso ad uno dei fratelli o delle sorelle conviventi con soggetto con handicap in situazione di gravità accertata, i cui genitori siano totalmente inabili (sentenza n. 233 del 2005), il congedo straordinario
ha successivamente riguardato, in via prioritaria, il coniuge convivente (sentenza n. 158 del 2007) e, in difetto di altri soggetti idonei, il figlio convivente (sentenza n. 19 del 2009) e il parente o l’affine entro il terzo grado convivente (sentenza n.
203 del 2013)”. “L’estensione dei beneficiari del congedo straordinario risponde all’esigenza di garantire la cura del disabile nell’àmbito della famiglia e della comunità di vita cui appartiene, allo scopo di tutelarne nel modo più efficace la salute,
di preservarne la continuità delle relazioni e di promuoverne una piena integrazione”.

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Consulta: illegittimità parziale dell’art. 24 del DLvo 151/2001 in materia di garanzia per la maternità

9 novembre 2018


Corte Costituzionale, Sent. n. 158 del 13 luglio 2018.

Con sentenza n. 158 del 13 luglio 2018, la Corte Costituzionale ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell’articolo 24, comma 3, del decreto legislativo n. 151/2001 nella parte in cui non esclude dal computo dei sessanta giorni immediatamente antecedenti l’inizio del periodo di astensione obbligatoria il periodo di congedo straordinario previsto dall’art. 42, comma 5, del decreto legislativo n. 151/2001, di cui la lavoratrice gestante abbia fruito per l’assistenza al coniuge convivente o al figlio, portatori in situazione di gravità accertata ai sensi dell’art. 4, comma 1, della Legge n. 104/1992.

Fonte: http://www.dottrinalavoro.it/notizie-c/consulta-illegittimita-parziale-dellart-24-del-dlvo-151-2001-in-materia-di-garanzia-per-la-maternita

Consulta: illegittimità parziale dell’art. 24 del DLvo 151/2001 in materia di garanzia per la maternità

Scandalo Inps sulle presunte distorsioni nel sistema di misurazione e valutazione della performance dei medici: la lettera aperta di Boeri

25 ottobre 2018


ISTITUTO NAZIONALE PREVIDENZA SOCIALE

Il Presidente

Cari amici,

Ho ricevuto negli ultimi giorni numerose email e lettere allarmate di persone con disabilità che avevano letto articoli di giornale o ascoltato servizi televisivi riguardo a presunte distorsioni nel sistema di misurazione e valutazione della performance dei medici dell’Istituto che ho l’onore di presiedere. Ho perciò deciso di scrivervi collettivamente. Spero che avrete la pazienza di leggere questa lettera aperta fino alla fine. Se non avete voglia di farlo, vorrei che comunque vi sentiste rassicurati sul fatto che ogni singola azione intrapresa dall’Inps è mossa dalla volontà di agire nell’interesse e per la tutela dei malati e dei cittadini invalidi.

La polemica alimentata da alcune testate, che non hanno esitato ad offendere la professionalità dei nostri medici, trae spunto dalla scelta dell’Inps di estendere loro l’obiettivo, sin qui stabilito per i soli dirigenti, di contribuire alla riduzione del debito pubblico (mediante la riduzione di spese per prestazioni indebite e l’abbattimento dell’evasione contributiva). In passato questi obiettivi erano stabiliti per i soli dirigenti che poi se ne facevano interpreti presso il personale e i professionisti, tra i quali i medici dell’Istituto. Una sentenza del Consiglio di Stato, che ha riaffermato l’autonomia organizzativa dei professionisti, ci ha di fatto imposto di fissare obiettivi specifici per i medici. Si sono così definiti molteplici indicatori che valutano la loro attività in base ai servizi forniti all’utenza (giudizi medico legali definitivi rilasciati entro 60 gg dal ricevimento del verbale provvisorio da parte delle AsI e entro 30 gg per le patologie oncologiche, esclusione dalle visite mediche di verifica per i portatori di patologie croniche gravi e stabilizzate, espletamento – entro il giorno successivo – delle visite mediche ambulatoriali dei lavoratori in malattia risultati assenti alla visita medica di controllo domiciliare il giorno precedente, tempestività delle segnalazioni di possibile responsabilità di terzi in caso di malattia e invalidità, etc.) oltre che un indicatore legato al contributo alla riduzione del debito pubblico in termini di “Revoche Prestazioni invalidità civile”, “Visite mediche di controllo” e “Azioni Surrogatorie”.

Questo indicatore incide su meno del 2 per cento della retribuzione dei medici ed è valutato a livello regionale. Ciò significa che concorrono al risultato tutti i medici della regione rendendo impossibile per un singolo professionista incidere col proprio comportamento sul risultato e, dunque, sulla sua retribuzione attesa.

L’inclusione tra gli obiettivi delle revoche può aver dato luogo ad equivoci e alimentato timori sull’imposizione per via amministrativa di criteri più restrittivi nell’accesso alle prestazioni socio-assistenziali dell’Istituto. Ma attenzione: le revoche di prestazioni di invalidità civile non sono legate alla fase di accertamento degli stati invalidanti, bensì ai casi in cui precedenti commissioni mediche ASL avessero riconosciuto il diritto “a termine”, vale a dire prevedendo la necessità di riconvocare il malato ad una seconda visita di verifica per un possibile miglioramento della condizione di salute.

Ciò, premesso, il personale medico, grazie alle sue competenze, può contribuire a meglio identificare quali sono i cittadini che con maggiore probabilità potranno presentare un miglioramento delle proprie condizioni di salute.

E’ proprio questo l’obiettivo di questo indicatore: vuole essere una leva gestionale per migliorare l’efficienza delle attività di revisione delle prestazioni legate all’invalidità civile, attraverso una migliore programmazione delle visite di verifica della persistenza degli stati invalidanti. Lo scopo è quello di effettuarle prima della scadenza della prestazione al fine di evitare l’eventuale pagamento di mensilità indebite. Negli scorsi anni si è, infatti, notato come l’aumento del numero di revoche in una data regione corrisponda ad una maggiore efficienza nella calendarizzazione delle visite, piuttosto che agli esiti delle stesse.

Tale modalità gestionale si configura, inoltre, come fattore di deterrenza nei confronti di scorrette previsioni di rivedibilità, che spesso causano disagi agli assistiti e alle loro famiglie, provocando reiterate, inutili visite per coloro i quali presentano quadri clinici cronico-progressivi.

D’altro canto, la previsione di rivedibilità concerne quadri clinici dinamici per i quali si può prevedere, purtroppo, anche un peggioramento delle condizioni di salute del cittadino. In questi casi le Commissioni riconoscono correttamente benefici economici aggiuntivi rispetto ai precedenti. E in tal caso la tempestività delle visite è condizione per assicurare supporto adeguato ai malati in tempo utile. Si tratta di casi tutt’altro che infrequenti: a seguito della visita di verifica, il numero di coloro che si vedono riconoscere benefici aggiuntivi è pari a quello di coloro che se li vedono ridurre a seguito di una riscontrata diminuzione della percentuale dello stato invalidante.

Non c’è pertanto un privato interesse economico che si scontra con il dovere professionale di agire secondo scienza e coscienza; c’è invece un incentivo collettivo a essere più efficienti e scrupolosi nella programmazione delle visite di verifica della permanenza dello stato invalidante.

È, peraltro, fortemente lesiva della professionalità dei medici Inps anche solo ipotizzare che possano violare il codice deontologico interpretando questi obiettivi come un incentivo a revocare prestazioni in essere, anche quando questa scelta non è giustificata dall’evoluzione del quadro clinico. Il codice deontologico ha da sempre ispirato ogni giudizio medico legale dell’Istituto. Di questo comportamento i nostri medici rispondono di fronte alla giustizia penale e civile e allo stesso Ordine dei Medici da cui non abbiamo mai avuto segnalazioni di comportamenti non corretti. Deve essere precisato che, a garanzia di trasparenza e correttezza del giudizio medico legale, le Commissioni Mediche operanti in Inps sono costituite con l’apporto di medici rappresentanti di categoria, i quali concorrono collegialmente al giudizio medico legale (AMNIC, ANFFASS, ENS, UICI). Non si sono riscontrati casi in cui detti rappresentanti abbiano verbalizzato il loro dissenso rispetto al giudizio medico legale conclusivo. Il giudizio medico legale, bene ricordare, si basa sull’oggettivo requisito sanitario, accertato in ottemperanza al dettato normativo e alle linee guida e disposizioni istituzionali diffuse dal Coordinamento generale medico legale.

Le modalità operative istituzionali sottendono l’uso dello strumento informatico con procedure dedicate all’attività sanitaria, garantendo la piena tracciabilità, trasparenza e correttezza formale dei processi.

A conferma delle corrette scelte dell’Amministrazione e nel rispetto della piena autonomia tecnico professionale dei medici Inps, sono state intraprese numerose iniziative volte ad emanare linee guida sull’accertamento sanitario a garanzia dei diritti dei soggetti disabili, ampliando così l’ambito delle tutele e uniformando i giudizi medico legali su tutto il territorio nazionale (linee guida su invalidità civile, sulla valutazione delle demenze, sull’autismo, sulla fibrosi cistica, sulle malattie rare, solo per citarne alcune). In questi documenti è pressoché costantemente ribadita la necessità di indicare la sussistenza delle condizioni di applicabilità del DM 2 agosto 2007 qualora ne ricorrano le condizioni in modo tale da evitare previsioni di rivedibilità inutili non suffragate da solidi criteri scientifici.

In aggiunta, l’amministrazione ha, in questi anni, adottato numerose iniziative volte a semplificare l’interazione dei disabili con l’Istituto. Prima fra tutte è bene ricordare l’attività messa in campo da Inps al fine di stilare convenzioni con regioni e province per l’accentramento degli accertamenti delle procedure di riconoscimento dell’invalidità civile in capo all’Inps. Grazie a queste convenzioni, oggi firmate con 3 regioni e diverse province italiane, viene affidato unicamente all’Inps (senza il coinvolgimento delle AsI) il compito di accertare i requisiti sanitari in materia di invalidità civile, cecità, sordità, handicap e disabilità. L’accentramento permette, da un lato, un giudizio medico legale uniforme su tutto il territorio e, dall’altro, consente di semplificare l’iter accertativo. Si evitano così ai malati e alle loro famiglie reiterate visite prima presso il medico di base, poi presso il medico specialista, in seguito presso la commissione AsI e infine presso l’Inps, a cui spetta il giudizio definitivo.

A questo proposito, considerando, in particolare, la peculiarità e la vulnerabilità di alcuni malati, l’Inps ha inoltre stilato dei protocolli di intesa con strutture ospedaliere di eccellenza sia pediatriche che oncologiche (Bambino Gesù di Roma, Ospedale Meyer di Firenze, Gaslini di Genova e Istituto dei tumori Regina Elena di Roma) al fine di velocizzare ulteriormente l’iter accertativo. In questi casi, infatti, la  certificazione  medica  pediatrica  o  oncologica  a  corredo della richiesta di prestazione (invalidità civile, cecità civile, sordità civile, handicap e disabilità) è rilasciata direttamente dagli specialisti di tali strutture, dotati della massima competenza tecnico professionale circa le menomazioni in essere avendo in cura i cittadini.

E’ previsto, inoltre, di replicare tali modalità operative con strutture sanitarie accreditate per altre branche specialistiche in modo tale di giovarsi dell’apporto tecnico professionale di medici con i più alti livelli di competenza nella singola patologia.

Lo scopo è quello di dare risposte assistenziali tempestive, basate su documentazione clinica proveniente da strutture accreditate, a famiglie che vivono enormi disagi. Si pensi, ad esempio, all’importanza di un rapido riconoscimento, ai fini di un sollievo del carico assistenziale, dei benefici correlati alla condizione di handicap grave.

L’Istituto, come da missione storica, è vicino ai bisogni dei cittadini come dimostrano anche collaborazioni costanti con le Associazioni di volontariato dei malati affetti da specifiche malattie (ad esempio, AISM, AISLA, ANAA, ANMAR, COORDOWN, AIMAC, FAVO, LIFC, UNIAMO, UNITED ONLUS ecc..) nel rispetto dei principi costituzionali e del dettato normativo, con l’impegno costante di ridurne il disagio causato dalla disabilità.

In conclusione, l’Inps è dalla vostra parte nel fornirvi servizi il più possibile adeguati nell’applicazione della normativa vigente e nell’utilizzare nel modo più efficace possibile le risorse disponibili. I medici, come gli altri professionisti dell’Istituto, sono chiamati a contribuire a un uso efficiente di queste risorse mediante una sempre migliore programmazione delle visite.

A fine anno, faremo una valutazione dell’efficacia di tutti gli indicatori presenti nel piano della performance. Tra questi anche quello che, a seguito di letture affrettate offerte a mezzo stampa, ha allarmato alcuni di voi. Vi posso anticipare sin d’ora che, da inizio anno, quando è stato introdotto tale indicatore, non c’è stato alcun aumento delle revoche delle prestazioni. Al contrario, la percentuale di revoche nei primi sette mesi del 2018 si è ridotta dell’1 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente mentre è aumentata quella di riscontrati peggioramenti dello stato di salute che danno luogo ad aumenti dei benefici.

Spero di avere contribuito a rispondere alle domande che alcuni di voi mi hanno posto e ad evitare che accuse strumentali possano destare inutili preoccupazioni. Continuate a scrivermi se avete preoccupazioni di cui farmi parte e proposte su come migliorare l’attività dell’Istituto.

Un cordiale saluto a tutti voi,

Tito Boeri

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Inps: indebito del pensionato e onere della prova.

24 ottobre 2018


Cass. S.U., sentenza n. 18046/2010.

È molto frequente che l’INPS richieda ai pensionati la restituzione di somme che ritiene di aver erogato indebitamente. Una volta ricevuto la lettera di restituzione, il pensionato che ritiene illegittima la richiesta è tenuto ad agire giudizialmente attraverso l’azione di accertamento negativo della sussistenza dell’obbligo di restituire quanto percepito.

La questione che si pone in questi casi è quella relativa all’individuazione del soggetto tenuto a fornire la prova. Fino al 2008, la dominante giurisprudenza sosteneva che nei giudizi di opposizione alla richiesta dell’indebito, l’onere probatorio sull’irripetibilità spettava all’INPS che era tenuta, quindi, a provare i fatti costitutivi della propria pretesa.

Con la sentenza n. 18046/2010, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno ribaltato il suddetto orientamento, affermando il seguente principio di diritto: “In tema d’indebito previdenziale, nel giudizio instaurato, in qualità d’attore, dal pensionato che miri ad ottenere l’accertamento negativo del suo obbligo di restituire quanto l’ente previdenziale abbia ritenuto indebitamente percepito, l’onere di provare i fatti costitutivi del diritto a conseguire la prestazione contestata, ovvero l’esistenza di un titolo che consenta di qualificare come adempimento quanto corrisposto, è a suo esclusivo carico”.

Con la sentenza n. 198 del 2011, la stessa Cassazione ha statuito che nel giudizio di accertamento negativo della sussistenza dell’obbligo di restituire quanto percepito, fermo restando che il pensionato ha l’obbligo di provare i fatti costitutivi del diritto alla prestazione ricevuta, l’INPS non si deve limitare a contestare genericamente l’indebito ma deve indicare nel provvedimento amministrativo di recupero del credito oltre agli estremi del pagamento anche le ragioni che non legittimerebbero la corresponsione delle somme erogate al fine di consentire al pensionato di effettuare i necessari controlli sulla correttezza della pretesa.

Sulla questione è intervenuta nuovamente la Corte di Cassazione recentemente con la sentenza n. 26231/2018, pubblicata il 18 ottobre scorso, affermando che nel giudizio di accertamento dell’obbligo di restituire le somme che l’INPS ritenga di aver versato indebitamente è onere del pensionato fornire la prova di non dover restituire le somme richieste.

IL CASO: nella vicenda esaminata dai Giudici di Piazza Cavour, un pensionato dopo aver ricevuto dall’INPS la richiesta di restituzione di somme che quest’ultimo riteneva di aver erogato indebitamente, chiedeva al Tribunale accertarsi la non debenza in favore dell’Ente Previdenziale. La domanda del pensionato veniva rigettata, mentre la decisione di prime cure veniva riformata in sede di gravame dalla Corte di Appello che dichiarava illegittimo il recupero operato dall’INPS con condanna di quest’ultimo alla restituzione delle somme trattenute.

Avverso la sentenza della Corte di Appello interponeva ricorso per Cassazione l’INPS sulla scorta di un solo motivo con il quale deduceva la violazione e la falsa applicazione dell’articolo 2697 e dell’articolo 2033 codice civile avendo la Corte di Appello disatteso il principio di diritto affermato dalle Sezioni Unite con la suddetta sentenza n. 18046/2010.

LA DECISIONE: La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, ha ritenuto fondato il motivo del ricorso ribadendo il principio affermato dalle Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza n. 18046/2010, richiamato dall’INPS, secondo il quale nel giudizio di accertamento negativo dell’obbligo di restituire le somme instaurato dal pensionato quest’ultimo ha l’onere di provare i fatti costitutivi del diritto a conseguire la prestazione contestata.

Secondo gli Ermellini:

il principio di diritto affermato dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 18046/2010 è stato successivamente ripreso dalla Corte di Cassazione – Sezione Lavoro con la sentenza n. 2739 del 11/02/2016 con la quale i giudici di Piazza Cavour hanno confermato che in tema di indebito previdenziale, nel giudizio instaurato per ottenere l’accertamento negativo dell’obbligo di restituire quanto l’ente previdenziale ritenga indebitamente percepito, è a carico esclusivo dell’ “accipiens” l’onere di provare i fatti costitutivi del diritto a conseguire la prestazione contestata, ovvero l’esistenza di un titolo che consenta di quantificare come adempimento quanto corrisposto;

non assume rilievo l’inosservanza, da parte dell’Istituto, dell’obbligo ex art. 13, comma 2, legge n. 412 del 1991, di verificare annualmente l’esistenza di situazioni reddituali del pensionato incidenti sul diritto o sulla misura della pensione, la cui operatività è condizionata alla preventiva segnalazione, ai sensi dell’articolo 13, comma 1, legge n. 412 del 1991, dei relativi fatti da parte dell’interessato. (Cass. Sez. Lav n. 1228 del 20/01/2011).

Fonte: https://news.avvocatoandreani.it/articoli/somme-inps-indebitamente-percepite-dal-pensionato-onere-della-prova-104745.html

Foto: https://www.termometropolitico.it/1316817_prescrizione-contributi-inps-2018.html/amp

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Maternità surrogata: non è contrario all’ordine pubblico avere due genitori dello stesso sesso

6 ottobre 2018


Corte di Appello Venezia, sez. III, ordinanza 16 luglio 2018

Alla luce del preminente interesse del minore, deve essere riconosciuta l’efficacia giuridica, in Italia, di una sentenza canadese che attribuisce la seconda paternità al coniuge del padre di un bambino nato all’estero con il ricorso alla tecnica della maternità surrogata e, di conseguenza, deve essere integrato l’atto di nascita del minore mediante indicazione di entrambi i genitori legali, non sussistendo contrasto con l’ordine pubblico internazionale italiano. Lo stabilisce la Corte di Appello di Venezia, sez. III, ordinanza 16 luglio 2018.

ORIENTAMENTI GIURISPRUDENZIALI

Conformi

Corte di Appello di Trento, ordinanza del 23 febbraio 2017

Corte di Appello di Roma, sentenza del 15 febbraio 2018

Corte di Cassazione, sentenza n. 19599/2016

Corte di Cassazione, sentenza n. 14878/2017DifformiTribunale di Torino, decreto del 21 ottobre 2013

Tribunale di Venezia, decreto del 06 luglio 2015

Corte di Appello di Venezia, sentenza 19 ottobre 2015

La Corte di Appello di Venezia, sez. III, con l’ordinanza del 28 giugno – 16 luglio 2018, ha accolto il ricorso con il quale due cittadini italiani di medesimo sesso, coniugati in Canada, chiedevano – ai sensi dell’art. 67 della legge 218/95 – il riconoscimento dell’esecutorietà in Italia di una sentenza emessa dalla Corte Suprema della British Columbia (Canada) che aveva loro riconosciuto la doppia paternità di un bambino nato, nel medesimo Paese, con la tecnica della “maternità surrogata”, onde ottenere la “rettificazione” dell’atto di nascita italiano del minore mediante indicazione di entrambi i genitori legali.

Nello specifico, il bambino era stato concepito tre anni prima con i gameti di uno dei due uomini e l’ovocita di una donatrice anonima con successivo impianto dell’embrione nell’utero di una diversa donna, quest’ultima non anonima.

L’atto di nascita del minore era stato dapprima redatto con l’indicazione del solo padre biologico; in un secondo tempo, i due papà italiani avevano adito la Corte canadese che, accertata la sussistenza del rapporto di genitorialità per entrambi nei confronti del minore, con esclusione sia della donatrice dell’ovocita sia della cosiddetta “madre gestazionale”, consentiva di integrare l’atto di nascita in tal senso.

Il successivo ricorso alla Corte di Appello di Venezia traeva origine dal diniego opposto dall’ufficiale di stato civile del Comune italiano, dove la coppia è residente, di rettificare l’atto di nascita già formato (e recante l’indicazione del solo padre biologico) a seguito di trascrizione di quello canadese emendato sulla base della detta sentenza che riconosceva la seconda paternità.

La decisione in commento rappresenta l’ultimo di una serie di significativi interventi con cui la giurisprudenza, di merito e di legittimità, ha affrontato il tema della trascrizione, in Italia, dell’atto di nascita straniero recante l’indicazione di due genitori dello stesso sesso nell’ambito della più ampia questione degli effetti da riconoscersi ai rapporti di filiazione costituiti all’estero a seguito di gestazione per altri o maternità surrogata, espressamente vietata nel nostro ordinamento dall’art. 12, comma 6, L. n. 40/2004, soprattutto in relazione alla valutazione della contrarietà all’ordine pubblico di tali status.

L’ordinanza ribadisce la posizione già espressa, in un caso analogo, dalla Corte di Appello di Trento – con provvedimento del 23 febbraio 2017 – che richiamava gli importanti principi enunciati sul tema dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 19599/16 secondo cui “non si può ricorrere alla nozione di ordine pubblico […] per giustificare discriminazioni nei confronti [del minore] a causa della scelta di coloro che lo hanno messo al mondo mediante una pratica di procreazione assistita non consentita in Italia […] Vi sarebbe altrimenti una violazione del principio di uguaglianza, intesa come pari dignità sociale di tutti i cittadini e come divieto di differenziazioni legislative basate su condizioni personali e sociali”.

Queste interpretazioni giurisprudenziali se da una parte sono state accolte con grande soddisfazione, dall’altra sono oggetto di aspre critiche in molti ambienti della psicologia, della politica e anche dello stesso mondo giuridico.

Avverso la pronuncia della Corte di Trento pende, ad oggi, impugnazione dinanzi alla Corte di Cassazione che, a sua volta, ha deferito la questione alla cognizione delle Sezioni Unite.

Anche in considerazione dell’acceso dibattito sul tema, che solleva vari e complessi problemi di diritto internazionale privato e che ha visto anche l’intervento della Corte Costituzionale con la sentenza n. 272/2017, merita segnalare alcuni passaggi dell’ordinanza della Corte di Appello di Venezia che ribadisce un principio molto significativo: nella fattispecie, non sussiste un contrasto con i principi che caratterizzano l’ordine pubblico internazionale tale da superare l’interesse del minore alla conservazione della continuità dello status filiationis legittimamente acquisito all’estero in base alla legge nazionale.

In questo senso, la Corte rimarca che “ […] l’ordine pubblico segnala l’esigenza imprescindibile di assicurare al minore la conservazione dello status e dei mezzi di tutela di cui possa validamente giovarsi in base alla legislazione nazionale applicabile, e in particolare del diritto al riconoscimento dei legami familiari e al mantenimento dei rapporti con chi ha legalmente assunto il riferimento della responsabilità genitoriale, garantendo la crescita, l’equilibrio affettivo e la realizzazione della persona. Contrario all’ordine pubblico risulterebbe quindi, all’opposto, che, fuori dal territorio dello stato di nascita, nel territorio dello Stato Italiano, di cui pure possiede la cittadinanza, il minore venga privato dei suoi riferimenti genitoriali e venga esposto ad una condizione giuridica del tutto diversa con evidente pregiudizio dei rapporti e riferimenti familiari, con incidenza esterna anche sulla rappresentanza e responsabilità sul minore”.

Pertanto, per i giudici veneziani, la circostanza che il minore sia venuto al mondo tramite una tecnica procreativa vietata dal nostro ordinamento non implica, per ciò solo, contrarietà dell’atto di nascita all’ordine pubblico dovendosi piuttosto valutare l’interesse del minore alla conservazione dello status validamente acquisito all’estero nell’ambito di un progetto di genitorialità condivisa.

Inoltre, non può essere considerata contraria all’ordine pubblico neanche la circostanza che il minore abbia due genitori dello stesso sesso “ […] posto che nel nostro ordinamento è contemplata la possibilità che il minore abbia due figure genitoriali dello stesso sesso nel caso in cui uno dei genitori abbia ottenuto la rettificazione dell’attribuzione di sesso con gli effetti di cui all’art. 4 della legge 164 del 1982”.

Infine, quanto al divieto imposto dal nostro ordinamento circa la tecnica procreativa della maternità surrogata, la Corte, pur non entrando nel merito della questione, ritiene che non si tratti di un dato costituzionalmente imposto ma che rimanga nella disponibilità del legislatore italiano modificare o meno le norme in tale materia. Si tratta, dunque, di una valutazione distinta rispetto a quella del best interest del minore concepito con tale tecnica che deve essere tutelato, nel caso concreto, nel rispetto del principio della continuità dello status filiationis.

In definitiva, alla luce dei recenti orientamenti della giurisprudenza, il supremo interesse del fanciullo risulta essere il criterio guida generale da utilizzare, anche in funzione della sua flessibilità, come parametro per la lettura di tali sensibili argomenti e sembra costituire un limite ormai invalicabile da parte dello Stato al quale, nella valutazione di ordine pubblico rispetto a questioni che coinvolgono i minori, residua un margine di apprezzamento davvero molto ridotto anche in presenza di accordi di maternità surrogata invalidi in Italia

Fonte: http://www.quotidianogiuridico.it/documents/2018/09/28/maternita-surrogata-non-e-contrario-all-ordine-pubblico-avere-due-genitori-dello-stesso-sesso

Foto:

Coppie di fatto diritti civili famiglia arcobaleno maternità surrogata

Incompetenza per territorio: quali sono i requisiti per l’ammissibilità della relativa eccezione?

21 settembre 2018


Cass. Ord. n. 21941/2018, del 10 settembre 2018

La Corte di Cassazione si è pronunciata in merito ai requisiti necessari che deve contenere, ai fini dell’ammissibilità, l’eccezione di incompetenza territoriale derogabile nelle cause in materia obbligazioni dove la parte convenuta è una persona fisica.

IL CASO: Nell’ambito di un giudizio relativo alla richiesta di risarcimento danni derivanti da un incidente stradale, la Compagnia di Assicurazioni eccepiva l’incompetenza territoriale del giudice adito. L’eccezione veniva rigettata in primo grado dal Giudice di Pace, mentre veniva accolta in sede di appello dal Tribunale, il quale la riteneva ammissibile in quanto riferita a tutti i fori concorrenti di cui agli articoli 18,19 e 20 c.p.c.

 

Pertanto, l’originaria attrice proponeva regolamento di competenza con il quale, evidenziava che l’eccezione di incompetenza territoriale sollevata dalla Compagnia di Assicurazioni era incompleta in quanto quest’ultima non aveva contestato, ex art. 18 c.p.c., l’esistenza del foro del domicilio del convenuto e non aveva provato quanto dichiarato in relazione ai criteri di cui all’articolo 19 c.p.c.

 

LA DECISIONE: La Corte di Cassazione, con la decisione in commento, ha evidenziato che:

 

La completezza dell’eccezione di incompetenza territoriale è requisito di ammissibilità della stessa. Quindi l’eventuale incompletezza può essere rilevata anche d’ufficio dalla stessa Corte di Cassazione in sede di regolamento di competenza ( conf. Cass. 22510/2016, 26094/2014, 5725/2013);

 

Nel caso in cui nelle controversie in materia di obbligazioni venga convenuta una persona fisica, la contestazione della sussistenza del foro del giudice adito e la conseguente necessaria indicazione del giudice competente deve essere svolta con riferimento (oltre che ai foro speciali concorrenti, di cui all’articolo 20 del codice di procedura civile) ad entrambi i fori generali di cui all’articolo 18 c.p.c. Quindi, sia con riferimento alla residenza sia con riferimento al domicilio, in quanto quest’ultimo ha consistenza di criterio di collegamento autonomo rispetto a quello della residenza.

 

Poichè, nel caso esaminato, la Compagnia di Assicurazioni relativamente al foro generale delle persone fisiche ha contestato la sussistenza del foro del Giudice adito solo con riferimento alla “residenza” della convenuta e non anche al suo “domicilio”, gli Ermellini hanno accolto il ricorso per regolamento di competenza, ritenendo inammissibile l’eccezione di incompetenza territoriale sollevata in quanto incompleta e quindi come non proposta.

Fonte: https://news.avvocatoandreani.it/articoli/eccezione-incompetenza-per-territorio-requisiti-per-lammissibilita-104670.html

Foto: http://www.cortedicassazione.it/corte-di-cassazione/

 

cassazione incompetenza territorio l’ordinanza n. 21941/2018 Ordine Avvocati Sciacca

La Corte dei Conti indaga sulla corretta destinazione del 5 per mille: i Caf nel mirino della magistratura contabile

31 agosto 2018


Siete sicuri che il vostro 5 per mille sia davvero finito al destinatario che avete prescelto al momento di compilare il modello 730? Il dubbio è legittimo e lo solleva la Corte dei Conti.

La Corte dei conti, con la delibera 18 luglio 2018, n. 14/2018/G, prende in esame l’attività di audit condotta dall’Agenzia delle Entrate sui comportamenti dei Caf e fa il punto sui casi segnalati dalla magistratura tra il 2013 e il 2015 circa la destinazione del 5 per mille.

Secondo la Corte, in base alla relazione dell’amministrazione finanziaria, nel 2014 il 5,7% delle 8.502 dichiarazioni controllate, ossia 485, hanno rilevato irregolarità, consistenti nella trasmissione di scelte 《non conformi alla preferenza dei cittadini (87 casi)》 per favorire associazioni amiche o legate ai sindacati o《nella mancata conservazione delle schede relative alle scelte (398)》, circostanza, questa ultima, che inibisce, di fatto, ogni controllo sull’effettiva volontà dei contribuenti. Se il 2014 non era andato bene, il 2015 è stato anche peggiore, sia per il 5 per mille che per l’8 per mille. E nel rapporto della Corte la magistratura contabile mette nero su bianco i nomi dei “colpevoli” (il testo completo della relazione è pubblicato sul sito della Corte dei Conti, alla pagina Ultimi documenti pubblicati).

In altri termini, secondo i dati raccolti dalla Corte dei conti, i centri di assistenza fiscale avrebbero condizionato, in molti casi, la scelta dei destinatari della quota di reddito, appunto il 5 per mille, che il contribuente può devolvere volontariamente ad associazioni o organizzazioni no profit.

Una situazione che confligge con la necessità di una assoluta terzietà del caf nel processo decisionale dei contribuenti nella scelta dell’ente a cui devolvere il 5 per mille. L’ingerenza nel processo decisionale dei contribuenti è avvenuta o attraverso le indicazioni date “verbalmente dal personale che consiglia un beneficiario”, oppure con “la presenza, negli applicativi di compilazione delle dichiarazioni dei redditi, di sistemi automatici d’inserimento del codice fiscale degli enti collegati (menù a tendina)”, oppure, ancora, attraverso “la presenza di materiale pubblicitario del Caf stesso”.

Tantissime anche le cosidette “firme generiche”, quelle cioè senza il codice fiscale dell’ente.

Gli ultimi dati sul 5 per mille, relativi al 2016 e riportati dal Sole 24 Ore, indicano che solo per 39 Organizzazioni il 5 per mille vale oltre un milione di euro. Per gli altri 24 mila enti, il contributo va anche sotto i mille euro.

Recentemente, nell’adunanza dello scorso 18 giugno, il rappresentante della Consulta nazionale dei Caf ha confermato, ancora una volta, la disponibilità della categoria ad affrontare il problema.

Come difendersi da questa manipolazione delle vostre dichiarazioni dei redditi? Per chi si è registrato sul portale dall’Agenzia delle Entrate, i contribuenti possono controllare le proprie scelte utilizzando il proprio cassetto fiscale.

Fonte: Corte dei Conti, comunicato stampa del 2 agosto 2018- Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato

http://www.corteconti.it/cerca_nel_sito/dettaglio.html?resourceType=/_documenti/comunicati_stampa/elem_0041.html

Foto: https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/home/865972/taranto-gestione-inceneritore-di-bello-c-risarciranno-5-5-mln.html

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INPS e Legge 104/92: chiarimenti su permessi e regole di calcolo laddove l’orario di lavoro non rientri nella fattispecie di “ordinario” e “giornaliero”

9 agosto 2018


L’INPS: messaggio n. 3114 del 7 agosto 2018.

L’INPS ha emanato il Messaggio n. 3114 del 7 agosto 201, con il quale chiarisce alcune condizioni sottese alla modalità di fruizione dei permessi Legge 104/92 art. 33, commi 3 (n. 3 giorni mensili) e 6 (giornalieri in due ore), in corrispondenza di particolari modalità organizzative dell’orario di lavoro (Part-time, lavoro a turni e notturno).

Queste sono le principali informazioni fornite dall’Istituto nel Messaggio:

“Riproporzionamento dei tre giorni di permesso/giornalieri, due ore al giorno Legge n. 104/92 in caso di rapporto di lavoro Part-time verticale (tutti i giorni con un orario ridotto), orizzontale

(solo alcuni giorni a orario pieno) e misto (verticale/orizzontale) Legge 104/92 a giorni e Part-time verticale

Breve premessa: Principi espressi dalla Giurisprudenza:

Principi espressi dalla Giurisprudenza:

Con precedente Messaggio informativo, inviato lo scorso 27 febbraio, avevamo dato notizia della sentenza della Cassazione civile, sezione lavoro, n. 4069 del 20.02.2018 (udienza del

03.10.2017), cheera tornata a pronunciarsi a proposito della fruizione (se integrale o riproporzionata in rapporto alla percentuale oraria del

Part-time) dei permessi Legge 104/92, ribadendo sostanzialmente la validità di quanto già esposto in sentenza Cassazione civile n. 22925/2017. Il caso riguardava un lavoratore con rapporto di lavoro Part-time verticale, dove l’orario a tempo pieno era, però, ridotto in numero di giornate di lavoro. In estrema sintesi (per maggiori dettagli, rinvio alla lettera del Messaggio del 27.02.2018), la Cassazione aveva stabilito che se la prestazione di lavoro è articolata sulla base di un orario settimanale superiore al 50 per cento di quello ordinario, il titolare del permesso Legge 104/92 ha diritto a godere in formula piena del permesso (tre giorni o due ore al giorno). Ad esempio, se la prestazione del lavoratore è articolata sulla base di un

orario lavorativo settimanale pari a quattro giorni su sei giorni eseguibili a tempo pieno, corrispondente, quindi, ad un Part-time verticale al 67 per cento, il lavoratore ha diritto ai n. 3 giorni di permesso. Se, invece, la prestazione di lavoro è articolata sulla base di un orario settimanale inferiore al 50 per cento di quello ordinario, il titolare del permesso Legge 104/92 subirà il riproporzionamento del suo permesso.

L’INPS, con il Messaggio n. 3114 del 7 agosto 2018, onde evitare equivoci in sede di fruizione del beneficio circa l’indicazione, vaga, del “50 per cento”, fornisce direttamente

l’algoritmo di calcolo da applicare:

orario medio settimanale teoricamente eseguibile dal lavoratore part-time

————————————————— x 3 (giorni di permesso teorici) orario medio settimanale teoricamente eseguibile a tempo pieno

Nota bene: Il risultato numerico va arrotondato all’unità inferiore o a quella superiore

a seconda che la frazione sia fino allo 0,50 o superiore.

Esempio:

Lavoratore in part-time con orario medio settimanale pari a 18 ore presso un’azienda che applica un orario di lavoro medio settimanale a tempo pieno pari a 38 ore. Applicando

la formula sopra enunciata, il calcolo sarà il seguente:

(18/38) X 3= 1,42 che arrotondato all’unità inferiore, in quanto frazione inferiore allo 0,50, dà diritto

a 1 giorno di permesso mensile.

Legge 104/92 a ore e Part-time verticale

I permessi giornalieri Legge 104/92

non vanno riproporzionato in caso di Part-time verticale.

Nel caso di Part-time verticale (solo

alcuni giorni a orario pieno), le ore di Legge 104/92 sono comunque due al giorno.

Legge 104/92 a giorni e Part-time orizzontale

I tre giorni di permesso

non vanno riproporzionati in caso di Part-time orizzontale.

Nel caso di Part-time orizzontale (tutti i giorni con orario ridotto), i giorni di Legge 104/92 sono comunque tre.

Legge 104/92 a ore e Part-time orizzontale

Con Messaggio n. 16866 del 28

giugno 2007, l’INPS aveva già precisato che, in caso di Part-time orizzontale, l’utilizzo dei permessi giornalieri Legge 104/1992 in ore deve essere ricalcolato secondo un massimale orario mensile dei permessi orario medio settimanale teoricamente eseguibile dal lavoratore part-time

——————————————————– x 3 (giorni di permesso teorici) numero medio dei giorni (o turni) lavorativi settimanali previsti per il tempo pieno.

Esempio: Rapporto di lavoro part-time con orario di lavoro medio settimanale

pari a 22 ore e una media di 5 giorni (o turni) lavorativi settimanali previsti per un lavoratore a tempo pieno dello stesso settore.

Applicando la formula sopra enunciata, il calcolo sarà il seguente:

(22/5) X 3= 13,2 pari a 13 ore e 12 minuti mensili.

Il lavoratore avrà dunque diritto a 13 ore e 12 minuti di permessi mensili in corrispondenza di qualsiasi tipologia di part-time (orizzontale, verticale o misto

Riassumendo:

Part time verticale

permesso giornaliero di due ore per ogni giorno di servizio prestato;

permesso mensile di tre giorni ridotto proporzionalmente alle giornate effettivamente lavorate.

Part time orizzontale

permesso giornaliero ridotto in proporzione alle ore lavorate (pertanto, nel caso di prestazione lavorativa inferiore alle 6 ore, il permesso giornaliero si riduce ad 1 sola ora);

permesso mensile di tre giorni resta per intero indipendentemente dall’orario di lavoro.

Nota bene: se il lavoratore è assente per malattia (od anche per

ferie, permessi sindacali, maternità obbligatoria e facoltativa, ecc.), il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, rispondendo all’Interpello n. 24 del 1 agosto

2012- all. 2, ha ritenuto che, nelle ipotesi in cui il dipendente, nel corso del mese, fruisca di tali permessi, non è possibile per il datore di lavoro effettuare un riproporzionamento del diritto

ai permessi Legge 104/92, in quanto trattasi comunque di assenze “giustificate”, riconosciute per legge come diritti spettanti al lavoratore. L’intento di garantire alla persona con disabilità grave una assistenza morale e materiale adeguata, anche attraverso la fruizione, da parte di colui che la assiste, dei permessi mensili Legge 104/92, non sembra possa subire infatti una limitazione a causa della fruizione di istituti aventi funzione, natura e caratteri assolutamente diversi.

A nulla rileva, dunque, la circostanza secondo la quale il dipendente si sia assentato per malattia per 10 giorni, in quanto vanno inseriti ugualmente fra i giorni di lavoro effettivi (conteggiando ovviamente solo i giorni nei quali il lavoratore avrebbe dovuto prestare l’attività lavorativa, in orario pieno o in Part-time).

Nel Messaggio INPS n. 3114 del 7 agosto 2018 in argomento, si parla anche di:

Modalità di fruizione del permesso Legge 104/92 in corrispondenza di turni di lavoro notturno e/o durante giornate festive.

Il permesso Legge 104/92 può essere fruito anche in corrispondenza di un turno di lavoro da effettuare nella giornata di domenica. Il giorno festivo e domenicale, per i turnisti, è da considerarsi, al pari di tutti gli altri, un giorno lavorativo effettivo. La normativa nazionale (più precisamente dal Decreto legislativo n. 66/2003 sull’orario di lavoro) non disciplina eventuali eccezioni, che vengono rimandate, eventualmente, alla contrattazione collettiva, specialmente quella di secondo

livello.

Nota bene: Contro l’abuso della Legge 104/92, va detto che

non diventi un’abitudine la fruizione fissa dei permessi Legge 104/92 nei giorni di lavoro domenicale o festivi (il datore di lavoro può richiedere al dipendente beneficiario la

programmazione anticipata dei permessi legge 104/92, ferma restando una diversa percezione in caso di sopravvenuta improvvisa necessità- <si ritiene che

l’ipotesi descritta possa trovare soluzione in accordi, da prendere anche a cadenza mensile, con i richiedenti i

permessi o con le loro rappresentanze aziendali. Tali accordi dovranno pertanto individuare, in ogni caso, una

programmazione tale da consentire, senza aggravio di costi per le aziende ….> vedi, l’Interpello Ministero del lavoro 27-1-2012, N. 1); il che potrebbe far supporre un “presunto” uso illegittimo di tali giorni di permesso. Per tali fattispecie, qualora

la presunzione di illecito venisse, poi, accertata con prove di fatto (prefigurando, in capo al lavoratore “furbetto”, il

reato di truffa), potrebbe esserci, nei suopo confronti, non solo la sanzione disciplinare del datore di lavoro ma, nei casi più gravi, il licenziamento per giusta causa (Corte di Cassazione, ordinanza n. 8209/2018), oltre che la revoca dei permessi retribuiti da parte dell’INPS dal momento in cui sia accertata la decadenza, con conseguente recupero delle prestazioni erogate prima di tale accertamento (circolare INPS n. 155 del 3-12-2010, par. 4).

Vanno ricordate, infatti, le previsioni dell’art. 76 del D.P.R. n. 445 del 2000 secondo cui <chiunque rilascia

dichiarazioni mendaci, forma atti falsi o ne fa uso (…) è punito ai sensi del codice penale e delle leggi speciali in materia>.

Il permesso Legge 104/92

può essere fruito anche in corrispondenza del lavoro

notturno

(articolato a cavallo di due giorni solari).

L’INPS precisa infatti che, sebbene il turno notturno si svolga a cavallo di due giorni solari, la prestazione resta

riferita ad un unico turno di lavoro in cui si articola l’Azienda. Ne consegue che il giorno di Legge 104/92 fruito in corrispondenza dell’interno turno di lavoro va considerato pari ad un solo giorno di permesso anche nel caso si articoli a cavallo di due

giorni solari.

Cumulo tra il congedo straordinario di cui all’articolo 42, comma 5, del D.lgs n. 151/2001 ed i permessi a giorni Legge n. 104/92.

L’INPS aveva già affrontato, nella circolare 53 del 2008, al

paragrafo 7- all. 3, la questione del cumulo, nell’arco del mese, purché in giornate diverse, il congedo straordinario con i giorni di permesso Legge 104/1992, senza la necessità della ripresa lavorativa tra la fruizione delle due tipologie di benefici.

Nota bene:

Non è consentito, invece, il cumulo tra i tre giorni di permesso Legge 104/92 e il prolungamento del congedo parentele.

inps interpretazione legge 104/92 limiti Ordine Avvocati Sciacca Permessi

Omessa assunzione del disabile – illecito istantaneo ad effetti permanenti.

26 luglio 2018


Nota dell’Ispettorato del Lavoro n. 6316 del 18-07-2018

Riprendendo il discorso del Ritardo nella assunzione obbligatoria e risarcimento del danno

(con riferimento alla Notizia di lunedì 23 luglio, Collocamento disabili presso le Pubbliche Amministrazioni: prospetto informativo entro il 15 settembre), condivido la nota Prot. n. 6316 del 18 luglio 2018, con la quale l’Ispettorato Nazionale del lavoro chiarisce quale sia la natura giuridica dell’illecito commesso dai datori di lavoro circa l’omessa assunzione di persone disabili, nel caso in cui si trovino nella situazione di scopertura delle quote d’obbligo (grava quindi, su di essi, l’obbligo giuridico del
facere).

La questione si pone essenzialmente sul piano del tecnicismo giuridico (propedeutico se si intende procedere, nei confronti dei datori di lavoro inadempienti, con diffida); ma, nelle linee generali, è importante avere ben chiare una serie di circostanze, nel momento in cui si agisce per le scoperture di posti ex leggi 68/1999, 113/1985 e 29/1994: innanzitutto, l’omessa assunzione del disabile è un illecito, che si sostanzia nel mancato compimento, entro il termine di legge, di un comportamento doveroso (il rispetto delle quote d’obbligo).

La natura di tale illecito è “istantaneo ad effetti permanenti”, nel senso che: è “istantaneo”, perché sorge immediatamente allo scadere dei tempi regolamentari concessi dal Legislatore per il rispetto delle quote d’obbligo assunzionali; è “ad effetti permanenti”, ovvero perdurante fino a quando la situazione antigiuridica (la mancata assunzione obbligatoria) non venga rimossa dalla Parte datoriale, appunto con l’assunzione del disabile.

Nota bene: Il datore di lavoro ha un ampio ventaglio di possibilità per l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità (richiesta nominativa
valevole però solo per i datori di lavoro privati, richiesta numerica, mobilità per passaggio/trasferimento tra Pubbliche Amministrazioni

artt. 30 per la mobilità e 34-bis per il ricollocamento D.lgs n. 165/2001, avviso pubblico o con graduatoria limitata a coloro che aderiscono alla specifica occasione di lavoro, convenzioni di inserimento lavorativo art. 11 della legge 68 del 1999), se la Parte datoriale sia entro regolamentari termini assunzionali– 60 giorni dall’insorgenza dell’obbligo per i disabili legge 68/1999, 60 giorni dall’insorgenza dell’obbligo+ 30 giorni dall’invito ad adempiere del Centro per l’Impiego (“Servizio competente”) per i centralinisti telefonici settore privato legge 113/1985 e pari attesa per i fisioterapisti non vedenti e i massofisioterapisti ante ‘99 settore privato legge 29/1994 (legge 29/1994, art. 4 comma 3 “Le assunzioni sono effettuate con le modalità stabilite dall’articolo 6 della legge 29 marzo 1985, n. 113”), invece 180 giorni dall’insorgenza dell’obbligo+ 30 giorni dall’invito ad adempiere del Centro per l’Impiego per i centralinisti telefonici
non vedenti settore pubblico legge 113/1985 e pari attesa per i fisioterapisti non vedenti settore pubblico legge 29/1994 (legge 29/1994, art. 4 comma 3 “Le assunzioni sono effettuate con le modalità stabilite dall’articolo 6 della legge 29 marzo 1985, n. 113”).

Una volta decorso infruttuosamente il menzionato termine dei 60/180 giorni (+ 30 di invito ad adempiere per le categorie professionali abilitanti dei “privi della vista”), la richiesta di avviamento dei disabili secondo l’ordine di graduatoria è, come precisa l’Ispettorato Nazionale del Lavoro,l’unica modalità di assolvimento dell’obbligo, non consentendo, pertanto, alla Parte datoriale interessata il ricorso a forme assunzionali diverse da quella numerica o, in ogni caso, dalla chiamata con avviso pubblico e con graduatoria limitata a coloro che aderiscono alla specifica occasione di lavoro (Riferimento normativo: l’art. 7, comma 1-bis, legge 68 del 1999).

Per il regime sanzionatorio, vige il principio del “tempus regit actum”, nel senso che ai datori di lavoro inadempimenti verrà applicata la sanzione vigente al momento della consumazione della condotta illecita. Il comportamento omissivo e/o di rifiuto dell’assunzione da parte della Parte datoriale dovrà avere necessariamente, come conseguenza, l’irrogazione della sanzione (di diversa natura, come sotto riportato alla voce Rif. normativo, se si tratta di Parte pubblica, ovvero Parte privata) da parte della Direzione provinciale del Lavoro. L’obbligo di assunzione non lascia margini di discrezionalità al datore di lavoro.
Riferimento giurisprudenziale: Cassazione, Sezioni unite, 27.5.1999, n. 302.
Riferimento normativo: art. 15 della legge 68/1999, in particolare al comma 1 (imprese private e enti pubblici economici, tenute al pagamento, come Azienda, di sanzioni amministrative pecuniarie, destinate al Fondo disabili) e al comma 2 (Pubbliche Amministrazioni, non soggette direttamente all’applicazione di sanzioni pecuniarie. Dell’omessa assunzione di disabili ne rispondono però, come Persona per funzioni d’ufficio ricoperte, i responsabili di procedimento, ai sensi della legge 241/1990, a cui si applicano nominalmente le sanzioni amministrative, disciplinari e penali previste dalle norme sul pubblico impiego); ai fini della prescrizione, la sua decorrenza scatta dal momento in cui la condotta illecita omissiva si è consumata, ovvero dal 61esimo giorno, ovvero dal 181esimo giorno, successivo all’insorgenza dell’obbligo ex leggi 68/1999, 113/1985 e 29/1994.

Foto: https://www.lavoroediritti.com/leggi-e-prassi/mancata-assunzione-disabili-sanzioni/amp

ciechi disabili illecito lavoro non vedenti obbligo assunzione

Termini invio telematico prospetto informativo disabili

23 luglio 2018


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10 luglio 2018 adempimenti telematici lavoratori anpal ciechi disabili Ordine Avvocati Sciacca